La Napoli complice ​che accetta l'illegalità

Martedì 7 Maggio 2019 di Antonio Mattone
Mentre la piccola Noemi lotta tra la vita e la morte, la città torna alla sua normalità ancora frastornata dalla terribile sparatoria di piazza Nazionale. L'ennesimo evento tragico che ha colpito la vita fragile di un minore, conferma una bruciante verità: a Napoli l'infanzia è violata. Ancora una volta, e nulla lascia presagire che non accadrà più.

E nel momento in cui e vengono riposti gli striscioni della manifestazione di domenica mattina per tornare alla vita di tutti i giorni, va ricordato che l'inferno di fuoco che si è abbattuto venerdì in una strada del centro è solo la punta di un iceberg, al di sotto del quale c'è una violenza diffusa ma ci sono anche una serie di intrecci e attività criminali presenti in molti quartieri e ambiti cittadini. Un sottobosco di trame, di piccole e grandi connivenze e di omissioni che danno linfa e prestigio alla malavita e che riguardano cittadini e istituzioni.

Sappiamo che il controllo del territorio viene esercitato attraverso attività illecite come il racket o il parcheggio abusivo a cui si rivolgono molti automobilisti per posteggiare la propria vettura.

Ci sono delle zone che sono delle vere e proprie enclave dove non è possibile sostare senza pagare il pizzo. E sappiamo che alcune di queste piazze godono della più totale impunità. I vigili urbani non si vedono mai, sono un vero miraggio. Bisogna dire con chiarezza che sottostare ai parcheggiatori illegali equivale a finanziare e sostenere la malavita.

Così come ci sono gli appartamenti occupati abusivamente dalle famiglie camorriste, se non addirittura dati in affitto da enti morali. Una commistione tra legale e illegale che permette ai clan di accreditarsi e di imporsi sotto gli occhi di tutti e che tanti fanno finta di non vedere. E poi ci sono le grandi corruttele, le infiltrazioni mafiose nelle aziende e nelle istituzioni. Solo un mese fa il procuratore capo Gianni Melillo lanciava l’allarme della presenza di fiduciari dei clan nelle imprese. Un tema assente nel dibattito pubblico che varrebbe la pena di approfondire. Le dichiarazioni del ministro degli Interni Matteo Salvini sul trend positivo dei dati sulla sicurezza destano sconcerto dopo gli avvenimenti che stanno insanguinando la città. «È stato come curare un ferita da arma da guerra», ha detto il medico che ha operato la bambina. Vogliamo comprendere che questa escalation di violenza non risparmia gli innocenti come avviene in una guerra? Forse ha ragione il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho quando dice che «per la politica la camorra non è una priorità».

L’encomiabile opera delle forze dell’ordine non basta per debellare i clan, né serve qualche poliziotto in più per rivoltare la città e per stanare i malavitosi. Ma c’è stato un altro fatto che è emerso durante la manifestazione di domenica. Il figlio di un boss ha preso le distanze dal padre in modo pubblico con una chiarezza esemplare. Un fatto nuovo che viene da un giovane e che può rappresentare una inaspettata iniezione di speranza, una presa di posizione che ha spiazzato un po’ tutti. Un gesto che può avere una grande valenza sia sui figli degli altri camorristi che sui giovani della città. Questo gesto ha bisogno di essere sostenuto non solo esprimendo una sacrosanta indignazione nelle manifestazioni, ma richiede scelte quotidiane di altrettanta presa di distanza dal malaffare, quello piccolo e quello grande. C’è bisogno di una ribellione morale dal basso che stani quella zona grigia apparentemente innocua ma che crea più danni di quanto possiamo pensare, perché entra nelle pieghe e nella mentalità del vivere di tutti i giorni.

Una città che si indigna ma che poi accetta tante situazioni che possono sembrare normali ma che invece sono impastate di illegalità, è una comunità complice, che tentenna e cede ai suoi rituali più meschini. Il killer ripreso dalle videocamere di sorveglianza appare goffo, insicuro, non esperto nel maneggiare la pistola, eppure capace di seminare violenza e terrore. Forse l’agguato non è stato causato da motivi legati alla lotta tra i clan, ma da vicende personali. Saranno le indagini a chiarirlo. Tuttavia a Napoli bisogna dire con chiarezza che esiste una emergenza criminalità che va affrontata. Nei frammenti del filmato si intravede anche la piccola Noemi, che distesa in un angolo della strada alza il braccio per due volte, mentre chi gli ha sparato le passa accanto senza preoccuparsi minimamente di lei. Quella mano per terra che chiede aiuto è stata raccolta da un giovane coraggioso che non vuole rassegnarsi alla violenza. Neanche a quella della sua famiglia. E ci spinge a lottare perché ai bambini di Napoli non venga più rubata l’infanzia. © RIPRODUZIONE RISERVATA