Napoli, il grande flop dell'edilizia pubblica: buco da 106 milioni

Mercoledì 25 Settembre 2019 di Luigi Roano
Il fatto è questo e comunque la si veda - e malgrado qualche passettino in avanti - quello della riscossione sui beni immobili è uno dei flop più clamorosi del Comune. Cosa significa? Il 46% dei napoletani che ha un titolo e occupa un bene del Comune è moroso, di conseguenza solo il 54% versa quanto dovuto nelle casse del Municipio. Nella sostanza c'è la metà degli occupanti che gode di un bene senza tirare fuori un centesimo.
 
I dati sono stati forniti - nell'ambito della Commissione consiliare patrimonio - dalla NapoliServizi, la multiutility che gestisce i beni del Comune ormai dal 2012 - quando subentrò alla Romeo - e le cifre sulla morosità riguardano gli anni che vanno dal 2013 al 31 dicembre del 2018. Si tratta del primo report vero, autentico e certificato di come stanno le cose sul patrimonio da quando lo stesso è passato dalla gestione privata a quella pubblica. «Una scelta politica» come rivendica spesso il sindaco Luigi de Magistris, la giunta e anche la maggioranza. Scelta che tuttavia non ha portato - per ora - reali benefici atteso che le casse piangono e la valorizzazione dei beni è un miraggio.

Tradotto in soldoni in queste sei annualità Palazzo San Giacomo ha incassato 112,5 milioni a fronte di un bollettato emesso e recapitato agli inquilini di ben 218,8 milioni. Un buco nelle predissestate del Comune da 106 milioni che è solo la parte più luccicante di un flop dentro al quale va inserita la dismissione, la manutenzione inesistente dei beni, di graduatorie ballerine per l'assegnazione degli alloggi e non ultimo, anzi, la questione dei beni non ad uso abitativo come i locali commerciali. Claudio Cecere consigliere comunale di demA - gruppo di diretta emanazione del sindaco - è molto critico: «A prescindere dalla gestione Romeo, negli ultimi otto anni non è cambiato nulla, e oggi si può parlare di una vera e propria sconfitta: occorrono risposte chiare sul numero di dismissioni finora realizzate, sulle somme incassate, sulla situazione dei circa 5800 locali commerciali di proprietà comunale, molti dei quali in stato di totale abbandono e mai oggetto di una vera strategia di valorizzazione attraverso appositi bandi». La replica di Salvatore Palma - ex assessore al Bilancio oggi amministratore unico della NapoliServizi - è questa: «Siamo all'inizio di un percorso e occorrerà motivare le professionalità esistenti, ma il lavoro fatto ha già dato risultati positivi: è già valorizzazione del patrimonio il fatto che il Comune, finalmente, abbia contezza dei propri beni. Ci sono le condizioni per raggiungere grandi risultati». In effetti dopo ben 7 anni la NapoliServizi ha portato a termine il censimento dei beni del Comune che consta in 65.378 immobili così suddivisi: il 46% ad uso abitativo e il 54% no. Percentuali che singolarmente coincidono con quelle della morosità. Va detto che a gestire il patrimonio e sbrigare circa 30mila pratiche l'anno sono una manciata di impiegati che non arriva a 10 unità. Tuttavia, venerdì, l'azionista unico Comune dovrebbe dare il via libera a un contratto di servizio di 10 anni dal valore di 780 milioni. Magari sarà la spinta giusta per far cadere l'alibi che tutta la colpa di quello che non funziona è colpa della passata gestione. Per capire la fenomenologia della morosità in salsa napoletana bisogna dare un'occhiata alla composizione del patrimonio del Comune. Degli oltre 65mila immobili ben 21.534 sono case Erp - Edilizia pubblica residenziale - vale a dire quasi tutto quello costruito dopo il sisma del 1980 che ha dato via poi a quartieri come quello di Scampìa, il Bronx di San Giovanni a Teduccio, le Case celesti di Secondigliano. Nella sostanza quartieri dormitorio dove risiede gente effettivamente in difficoltà economiche e la camorra ha trovato il suo paradiso in terra. Gli immobili non Erp - invece - sono 3271: alloggi popolari sulla carta che spesso però si trovano nei quartieri bene, da Posillipo a via Manzoni passando per il Vomero e il centro storico di cui beneficiano pochi eletti a prezzi stracciati. La restante parte dello sterminato patrimonio comunale è suddiviso in pertinenze alloggi, cantine, posti auto e terreni e chi più ne ha più ne metta.

Nel corso della Commissione consiliare il dirigente della NapoliServizi cerca di parare il colpo delle critiche: «Dal 2012 - si legge nel verbale - un grande lavoro è stato fatto per catalogare, digitalizzare e conservare correttamente la grande mole di carte, 1 milione e 300mila fogli da Romeo, più la documentazione conservata negli uffici comunali del patrimonio. Oggi la documentazione cartacea è conservata in due idonei archivi fisici e 30mila sono i fascicoli digitalizzati». © RIPRODUZIONE RISERVATA