Napoli, il flop delle dismissioni: gioielli senza mercato

Mercoledì 23 Maggio 2018 di Paolo Barbuto
Doveva essere la soluzione a tutti i problemi: bilancio raddrizzato con la dismissione del patrimonio. Tutti i gioielli immobiliari di proprietà di Palazzo San Giacomo messi sul mercato. Anzi, non proprio tutti perché alcuni vanno «difesi», ma di questo parleremo in seguito.

Previsione di incassi per l’anno 2017 superiore ai 176 milioni di euro: ossigeno per la casse malmesse del Comune. Incassi realmente realizzati: poco più di quattro milioni. Pezzi pregiati venduti: nessuno. Solo qualche assegnatario di case di edilizia popolare ha aderito al piano di dismissione. Risultato finale: una devastazione per il bilancio. Percentuale di risultato ottenuto prossima al due per cento delle aspettative, numeri che in una qualunque agenzia immobiliare in una strada di periferia avrebbero imposto il licenziamento dell’addetto.

Il fatto è che piazzare i beni immobiliari del Comune non è facile, anche perché il valore attribuito a quelle strutture da Palazzo San Giacomo è arbitrario, ondivago; va a scontrarsi con la realtà e non mette di buon umore un eventuale compratore interessato all’affare.  
Ma siccome le parole raccontano poco e male, è meglio passare a un esempio pratico. Aprile 2017, si apre l’ennesima procedura di dismissione dei gioielli. Il Comune mette sul mercato anche il parco Cisternina, nel territorio di Saviano: valore attribuito all’immobile 13 milioni e ottocentomila euro. Marzo 2018 torna a galla la vicenda delle dismissioni, stavolta con il supporto del consiglio notarile e con perizie ufficiali della Borsa Immobiliare: quello stesso parco, stavolta, ottiene una valutazione ufficiale di poco inferiore ai quattro milioni di euro. Nel giro di undici mesi il valore è crollato del settanta per cento. Adesso capite perché è difficile concludere affari immobiliari con il Comune di Napoli?

Sulla vicenda, poi, s’innestano anche le incursioni personali del sindaco De Magistris che rende difficile perfino l’avvio di una possibile trattativa. E anche stavolta è necessario fare ricorso a un esempio. Due mesi fa viene presentato il progetto per mettere sul mercato tredici beni immobiliari di grande interesse, tra questi beni c’è pure la colonia marina di Pozzuoli conosciuta come «Le Monachelle». Vale due milioni di euro perché, spiega la relazione degli esperti, ha bisogno di poderosi lavori di restauro. Però quella stessa relazione è chiara: la posizione privilegiata e la spiaggia di pertinenza consentirebbero di trasformare quel luogo in una redditizia struttura turistica. Il fatto è che proprio alle Monachelle, da un po’ di tempo, s’è insediato un comitato di cittadini che sta cercando di restituire quel bene alla comunità. Cosa accade, dunque? Che il sindaco De Magistris, nel corso della presentazione del suo ultimo libro a Pozzuoli, promette agli occupanti che quel luogo non verrà mai venduto. Adesso mettetevi nei panni di un imprenditore che stava pensando di gettarsi nell’affare: cosa fareste? Credereste al documento ufficiale di palazzo San Giacomo che vuol vendere quel posto o dareste fiducia al sindaco il quale giura che non sarà venduto?

Il resto è storia d’attualità. Ai tredici immobili messi ufficialmente sul mercato all’inizio di marzo sono stati aggiunti, man mano che la preoccupazione per il bilancio cresceva, altri pezzi pregiati. Prima l’ippodromo, poi il palazzo del Consiglio Comunale a via Verdi, l’ex Centrale del latte al corso Malta, l’ex Fonderia Corradini nell’area est, il Castello di Lamont Young a Pizzofalcone.

Ne frattempo seguono percorsi paralleli anche le cessioni del circolo del Tennis e del Posillipo. In questo caso sono avviate trattative con i locatari, cioè i rispettivi circoli che, da sempre, occupano quegli spazi. Ma il discorso è sempre lo stesso: valutazioni considerate esagerate e controproposte che ne dimezzano il valore. Il Posillipo secondo Palazzo San Giacomo vale 23 milioni (22 milioni 940mila euro, per la precisione), il Tennis invece ne vale sedici. In entrambi i casi le controproposte per un eventuale acquisto sono per valori dimezzati e le trattative vanno avanti con la lentezza che solo la burocrazia riesce ad avere. Mentre le casse del Comune restano inesorabilmente vuote.

C’è, infine, un altro percorso nel quale sono compresi immobili che ufficialmente non sono in vendita. Si tratta delle strutture ufficialmente considerate «bene comune», per esempio l’ex Asilo Filangieri a San Gregorio Armeno o l’ex Opg occupato a via Imbriani, ma ce ne sono tanti altri. Dentro le strutture comunali ci si chiede con frequenza sempre maggiore perché quelle strutture non possano essere messe sul mercato offrendo alle associazioni che li hanno occupati soluzioni alternative, magari in luoghi di minor pregio immobiliare ma a maggior necessità sociale. Ma l’argomento non arriva nemmeno alla porta del sindaco: su questo tema non c’è trattativa che tenga. I beni comuni non si toccano, nemmeno per salvare la città dal crac. Ultimo aggiornamento: 09:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA