Neoborbonici, la galassia cresce ma in politica è divisa

Martedì 29 Ottobre 2019 di Gigi Di Fiore

Il peccato originale porta la firma di Riccardo Pazzaglia, l'autore di «Lazzarella» con Domenico Modugno, amico e collaboratore di Renzo Arbore e Luciano De Crescenzo. Erano gli anni della prima Lega nord e dalla sua rubrica sul Mattino, «Specchio ustorio», lanciò una provocazione, ispirato da una lettera del giovane professore Gennaro De Crescenzo: «Chi vuol parlare male di Garibaldi venga al Borgo Marinaro». Pensava arrivassero quattro gatti, invece quel 7 settembre 1993 si presentarono in 400. Nacque un'associazione, «solo culturale per la rilettura della storia meridionale» precisò Pazzaglia, che battezzò neoborbonica.

Una mailing list con migliaia di iscritti, una pagina Fb con 20.712 registrazioni e oltre 12 milioni e mezzo di contatti, in 26 anni il movimento neoborbonico è cresciuto. Lo guida quel Gennaro De Crescenzo, docente e autore di 15 libri di storia, attivo a rintuzzare con lettere e interventi sui media le «denigrazioni su Napoli e il sud». Una ventina gli iscritti che collaborano in questa attività, che nasce da segnalazioni. In prima fila Alessandro Romano, Salvatore Lanza e, a Formia, Daniele Elpidio Iadicicco organizzatore a novembre di una manifestazione in ricordo della battaglia di Mola di Gaeta. Ma la galassia che fa riferimento alla storia di Napoli capitale è un mare di non facile orientamento. Più sigle, associazioni, a volte nate e morte sui social, adesioni di chi la storia la studia ma anche di chi la orecchia urlando.

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Dai neoborbonici, molti si sono allontanati creando il loro movimento. Come Fiore Marro, leader dei Comitati Due Sicilie con sede a Caserta. Appassionato di calcio, dell'idea che l'identità storica debba avere sbocchi politici, Fiore Marro si infiammò anni fa per le liste Mpa. Poi si è ricreduto e, uscito dai neoborbonici, fondò nel 2007 i Comitati che contano, nella loro pagina, quasi due milioni di contatti. Diversa la storia del casertano Pompeo De Chiara, fondatore dell'Associazione culturale borbonica Terra di Lavoro che fu la seconda a nascere dopo i neoborbonici. Tra i fondatori storici dei neoborbonici, figurava invece il professore Vincenzo Gulì, esperto di economia, anche lui sostenitore dell'impegno politico. Uscì dai neoborbonici, costituendo prima il Parlamento delle Due Sicilie e poi i Neoborbonici attivisti. Poco, però, ora il suo seguito.

La galassia, dietro la bandiera del regno delle Due Sicilie ormai subentrata allo stadio San Paolo a quella dei confederati sudisti degli Stati Uniti, è variegata. Molti si dichiarano neoborbonici, o addirittura «borbonici convinti» rimarcando un segno di distinzione meridionale. Come lo scomparso Giovanni Salemi, che guidava spesso la principessa Beatrice di Borbone nei suoi viaggi a Napoli. Salemi fondò l'Istituto di ricerca storica delle Due Sicilie, portandolo avanti con l'aiuto di Giancarlo Rinaldi che a Caserta ne è l'isolato continuatore.

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Il 24 agosto scorso, questo variegato mondo è stato chiamato a raccolta da Pino Aprile al parco della Grancia in Basilicata, suggestiva sede di uno spettacolo sul brigante Crocco quest'anno non replicato per mancanza di fondi. Hanno risposto poche sigle, ma molte adesioni individuali. L'otto settembre del 2012, a Pino Aprile si erano rivolte 4 associazioni, invitandolo a farsi leader di una lista elettorale. Fu il gran rifiuto dello scrittore-giornalista, che deluse Partito del sud, Partito per il sud, L'altro sud e Insieme per la rinascita. Tra tutti, il Partito del sud era l'unico con un'esperienza amministrativa al Comune di Gaeta, città dove il fondatore Antonio Ciano vive. Personaggio sanguigno, Ciano fu nel 1996 autore di un libro assai venduto, ma su canali che non gli hanno fruttato guadagni: «I Savoia e il massacro del Sud». Il Partito del sud si è trasformato e fu tra i 4 partiti che, sin dall'inizio, appoggiarono la prima candidatura a sindaco di Napoli di Luigi De Magistris.

Da una costola del Partito del sud, è nato Meridionalisti democratici con artefice Tony Quattrone, funzionario italo-americano alla Nato, Alessandro Citarella e il medico Domenico Capobianco con 27 sezioni in tutta la regione. E le sigle di Insorgenza: quella iniziale di Insorgenza civile ora con Nando Dicè, e l'altra, registrata come testata, di Lucilla Parlato, con Luciano Troiano che a Pescara ogni anno organizza una manifestazione culturale patrocinata dalla Regione. Appartiene a questo mondo, che si definisce del «nuovo meridionalismo», Gino Giammarino, fondatore del settimanale e della tv il Brigante. È il promotore del progetto «macroregione», che coinvolge Stefano Caldoro, Gaetano Quagliarello e ha l'apporto del giornalista Alessandro Sansoni che presiede il comitato per arrivare a un referendum. Dietro, c'è anche la sigla Cmi (Confederazione movimenti identitari). Diversificazioni in una galassia in cui lo storico movimento neoborbonico di De Crescenzo continua a prendere le distanze da impegni e liste politiche. Sulla stessa linea, l'Associazione culturale Due Sicilie fondata in Calabria da Pasquale Zavaglia che fu assai vicino al famoso Nicola Zitara, o la fondazione Francesco II di Borbone costituita da due sacerdoti per la santificazione dell'ultimo re: lo scomparso Massimo Cuofano e Luciano Rotolo. Un mondo che attira sempre più simpatie, tra professionisti, operatori culturali e imprenditori che, pur non aderendo ai vari movimenti, si dichiarano di idee «neoborboniche», come l'editore napoletano Marzio Alfonso Grimaldi, i patron di caffè Borbone, il titolare del negozio di abbigliamento in via Filangieri a Napoli, Salvatore Argenio con la moglie Annamaria Pisapia, che utilizzano il logo dello stemma borbonico. All'ultimo appuntamento di febbraio a Gaeta, simbolo della resistenza dell'esercito delle Due Sicilie, le sigle erano 18. Luci e ombre dell'universo neoborbonico.

Ultimo aggiornamento: 2 Novembre, 11:58 © RIPRODUZIONE RISERVATA