Campania, M5S fa cappotto:
nel Pd fuori Tartaglione e De Mita

di Paolo Mainiero

Nel dilemma se fa più rumore il trionfo del M5s o la debacle del Pd, l'unica cosa certa è che la Campania volta pagina. I cinque stelle spadroneggiano, e nella notte in cui spazzano via i partiti tradizionali diventano paradossalmente essi stessi partito perché la vittoria in trentadue collegi su trentatré dice che gli elettori hanno votato il simbolo prima ancora che i singoli candidati grillini.

È una svolta storica in una regione dove appena due anni e mezzo fa il centrosinistra vinceva le regionali con Vincenzo De Luca. Il M5S domina in tutte e cinque le province con un risultato impressionante a Napoli e provincia dove il 54,3 per cento è destinato a restare a lungo nel guinness dei primati. «Il risultato di Napoli fa davvero emozionare», esulta Roberto Fico, uno che nel movimento ci stava quando molti altri andavano ancora a scuola e nel 2010 fu candidato alla presidenza della Regione racimolando appena l'1,34. Oggi la sua euforia è più che giustificata. Il M5S negli anni ha saputo intercettare il malcontento e il malessere dei napoletani che già alle comunali votavano in controtendenza premiando un altro eretico della politica, Luigi de Magistris. Il quale, non a caso, il giorno dopo manda un messaggio ai vincitori delle elezioni. «Se il M5s esce dall'idea dell'autosufficienza e si apre a un ragionamento con quelle forze, quei movimenti che sui territori e nelle amministrazioni hanno dimostrato rottura del sistema e affidabilità di governo, allora si possono prefigurare scenari fino a poco fa difficili da prevedere», ragiona il sindaco.
 
 

Un primo studio dei flussi elettorali elaborato dall'istituto Cattaneo di Bologna spiega che il M5s pesca in maniera trasversale nei bacini di Pd e Forza Italia e nell'astensionismo. Nel collegio napoletano di San Carlo all'Arena i democratici cedono ai cinque stelle il 3,6 del proprio elettorato. Ma il movimento risulta attrattivo anche nei confronti dell'elettorato del centrodestra a cui prende una quota di voti pari al 6,8 per cento. Anche nel collegio di Napoli Ponticelli il M5s riesce ad attrarre voti sia dal centrosinistra che dal centrodestra. A Ponticelli, peraltro, è particolarmente forte il recupero nel bacino del non-voto: e non è un caso perché Ponticelli è uno di quei quartieri periferici che soffrono il disagio sociale e che hanno riversato il voto di protesta in maniera massiccia sui cinque stelle. Tanto per capirci, a Ponticelli Rina De Lorenzo, docente esperta di legislazione scolastica, raggiunge la quota del 62,09 per cento, seconda solo a quella toccata da Luigi Di Maio a Pomigliano. Decisivi, in questo senso, sono stati due argomenti molto battuti dal movimento in campagna elettorale: la battaglia anti-casta, quasi di demolizione della politica, e la promessa del reddito di cittadinanza che ha fatto breccia tra le fasce deboli. Insieme a Fico e Di Maio, tornano a Montecitorio altri esponenti storici come Paola Nugnes, Vilma Moronese, Salvatore Micillo, Sergio Puglia, Carlo Sibilia. Con loro approdano in Parlamento tante new entry: da Vincenzo Spadafora, ex numero uno di Unicef, a Doriana Sarli, veterinaria e storica attivista del meet up di Napoli; da Raffaele Bruno, biologo e artista, al geologo Franco Ortolani.

Il cappotto grillino nei collegi evoca un altro cappotto, quello del centrodestra in Sicilia alle politiche del 2001. L'unica differenza è che in questo caso agli avversari è stato almeno concesso il gol della bandiera, realizzato da Marzia Ferraioli di Forza Italia, capace di sconfiggere nel collegio del Cilento la giovane Alessia D'Alessandro del M5S e lo scafato Franco Alfieri del centrosinistra. Del resto, lo strapotere nei collegi toglie ogni velo alla vittoria del M5S che vince anche in quelle che erano ritenute le roccaforti del Pd. Prima fra tutte quella di Salerno, che diventa un po' il simbolo della disfatta dei democratici. Il Pd crolla in Campania fino a precipitare al 13 per cento. «Un terremoto, una grave sconfitta», ammette il segretario provinciale Massimo Costa che nel buio totale riesce a intravedere uno spiraglio di luce nei risultati di Paolo Siani e Marco Rossi Doria che hanno sì perso ma sono stati in grado trascinare il partito al 21 per cento nei rispettivi collegi. «Quando mettiamo in campo candidature interessanti, esterne al partito, c'è qualche segnale», osserva Costa. Siani e Rossi Doria, candidature opposte, per profilo e per storia, a quella di Piero De Luca che in questa campagna elettorale è stato additato dai suoi avversari come esempio di familismo politico. De Luca jr è arrivato terzo nel suo collegio di Salerno dove il Pd è andato sicuramente meglio che altrove attestandosi sulla media nazionale del 19 per cento. Magra consolazione se si pensa che alle regionali del 2015, quando in corsa c'era papà Vincenzo, la somma dei voti del Pd e delle due liste civiche riferite al governatore (Campania Libera e De Luca presidente) faceva un eclatante 50,16. Una debacle in piena regola, quella di Salerno, che è costata la rielezione a Tino Iannuzzi (primo segretario regionale del Pd) e al sottosegretario agli Esteri Enzo Amendola. De Luca jr si salva per un soffio solo grazie al paracadute nel proporzionale a Caserta e con il plurinominale sono eletti i capilista Lello Topo, Gennaro Migliore, Paolo Siani, Marco Minniti, Umberto Del Basso de Caro alla Camera; Gianni Pittella, Valeria Valente (grazie all'elezione di Renzi a Firenze) e Valeria Fedeli (che potrebbe essere ripescata in altra circoscrizione lasciando spazio a Stefano Graziano) al Senato. Molto meno di quanto il partito immaginava e ora nel Pd si riaprirà l'ennesima resa dei conti che non potrà non partire dal passo indietro del segretario regionale Assunta Tartaglione, peraltro bocciata dalle urne e intenzionata a presentarsi dimissionaria alla segreteria convocata per oggi.
 

È stata una Caporetto. Nel centrosinistra un'altra testa eccellente caduta è quella di Giuseppe De Mita, battuto nel collegio in Alta Irpinia. Né è servita al nipote di Ciriaco la candidatura da capolista nel plurinominale perché Civica popolare ha clamorosamente fallito la missione del 3 per cento. Per restare nel centrosinistra, restano fuori gli uscenti Giovanni Palladino, Giovanna Palma, Luigi Famiglietti, Massimiliano Manfredi, Angelica Saggese, Valentina Paris, Camilla Sgambato, Pasquale Sollo. Fuori Gioacchino Alfano di Civica popolare. Falliscono il salto in Parlamento i consiglieri regionali Nicola Marrazzo, Antonio Marciano, Francesco Borrelli, Gennaro Oliviero, tutti vittime del tracollo del Pd e dello scarso peso di +Europa, Insieme e Civica popolare.

Se il centrosinistra è apparso subito fuori dai giochi, il centrodestra ha provato vanamente a contrastare il M5S, grazie soprattutto alla tenuta di Forza Italia che in Campania si aggira intorno al 18 per cento, oltre la media nazionale. La Lega non sfonda, si ferma al 4 e la sua non entusiasmante performance frena il centrodestra che infatti vince nei collegi con la sola Ferraioli. «Forza Italia ha rappresentato un argine al dilagare del M5s ma una politica lungimirante ha il dovere di non cullarsi su risultati soddisfacenti né di gioire sulle sconfitte altrui», ragiona Mara Carfagna. Tra gli eletti, sicuri solo i capilista. Oltre alla Carfagna, Antonio Pentangelo, Paolo Russo, Cosimo Sibilia, Carlo Sarro, Enzo Fasano alla Camera; Domenico De Siano, Luigi Cesaro, Sandra Lonardo (battuta nel collegio di Benevento) al Senato. Per capire se scatteranno altri seggi bisognerà attendere i risultati definiti a livello nazionale. In bilico, tra gli altri, c'è il presidente della Lazio Claudio Lotito. Tra chi non ce l'ha fatta, gli ex assessori regionali Severino Nappi e Caterina Miraglia, il consigliere regionale Massimo Grimaldi e il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, catapultato nel collegio di Nola ma sconfitto dalla grillina Silvana Nappi e incappato (come De Mita) nel fallimento di Civica popolare. Ma l'esclusione più rumorosa è un'altra e non matura a Napoli, e neppure in Campania, ma in Emilia Romagna. A Bologna per la precisione, dove all'ultim'ora era stata paracadutata Nunzia De Girolamo che con un blitz notturno si era ritrovata numero due dietro Sibilia nella circoscrizione Campania 2. Capolista a Bologna, la De Girolamo è fuori perchè in Emilia Forza Italia, surclassata dalla Lega, non elegge alcun parlamentare. Una ferita difficile da rimarginare.
Martedì 6 Marzo 2018, 10:12 - Ultimo aggiornamento: 9 Maggio, 20:04
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COMMENTA LA NOTIZIA
2 di 2 commenti presenti
2018-03-06 17:18:25
non ho capito perché Piero de Luca va al parlamento se è arrivato terzo
2018-03-06 10:38:38
La gestione del Partito a Napoli è stata, se possibile, ancor più disastrosa di quella di Renzi in Italia : si goda una lauta pensione da Parlamentare, ma lasci stare le segreterie dei Partiti , non è cosa sua.

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