Parenti e amici negli staff, blitz della Finanza alla Regione Campania

Giovedì 28 Febbraio 2019 di Leandro Del Gaudio e Adolfo Pappalardo
Partono dai nomi, poi puntano a verificare eventuali rapporti di parentela, infine a capire se ci sono interessi trasversali a tutte le forze politiche in campo per aggirare le regole. Comincia così, dalle carte, la nuova inchiesta della Procura di Napoli sul caso «comandati» in Regione. Due giorni fa, sono stati i finanzieri della tributaria a bussare alle porte degli uffici chiave della Campania, con un blitz mirato: sono andati negli uffici del personale - sia in riferimento agli organici della giunta, sia del consiglio regionale -, ma anche negli uffici che coordinano il flusso di dipendenti delle società partecipate all'ombra di Palazzo Santa Lucia. Un'indagine coordinata dal pm Silvana Sico, magistrato in forza al pool reati contro la pubblica amministrazione (e in particolare al gruppo di lavoro che indaga su vicende legate al personale degli enti locali), che fa capo direttamente al procuratore Gianni Melillo.
 
Una vicenda raccontata dal Mattino lo scorso 22 febbraio, che ha spinto la Procura a svolgere verifiche e approfondimenti. Stando a quanto raccontato venerdì scorso, ci sarebbe in arrivo una infornata di comandati da regolarizzare, manovra buona per riempire i ranghi di un settore chiave della pubblica amministrazione, come il Consiglio regionale e la stessa giunta. Ma facciamo subito chiarezza, a partire dal concetto (e dallo status giuridico) di «comandato»: è un termine con cui si intende la figura di un impiegato spostato in Regione da agenzie, società, enti esterni dalla macchina amministrativa della Regione stessa. Arrivano da ospedali, da società partecipate, da aziende speciali ed entrano nel sistema operativo del più grande ente pubblico regionale. I comandati non fanno concorsi, puntano ad essere stabilizzati, a chiudere la carriera come staffisti, collaboratori di consiglieri, insomma lasciano la trincea di nosocomi o la precarietà di realtà sempre in bilico (come la Sma), per accomodarsi all'ombra di Palazzo Santa Lucia. Stipendio sicuro, lavoro tutt'altro che usurante. Il tutto senza un concorso pubblico che - si ricorda -, dovrebbe essere l'unica via di accesso possibile per lavorare negli uffici pubblici. Ma torniamo alla decisione della Procura di aprire una inchiesta sul caso dei comandati: il trasferimento da un ente alla Regione è di per sé consentito, ma solo se resta al di sotto di certi standard numerici e temporali. Verifiche in corso da parte dei militari del colonnello Domenico Napolitano, si parte da una bozza di accordo. È il target numero uno delle indagini, che puntano al «piano di fabbisogno triennale», una sorta di piattaforma buona - secondo i maliziosi - ad ospitare interessi convergenti. Ci sarebbero accordi non espliciti, tra singoli consiglieri politici (ovviamente di colore diverso) per piazzare mogli e parenti in staff e gruppi di lavoro. Accordi all'insegna del do ut des, con scambi di pedine per non insospettire troppo eventuali osservatori esterni. Ed è così che è filtrata la notizia secondo la quale gli uffici del personale avrebbero attinto alla platea di comandati che, con lo scadere di questa consiliatura, sarebbero destinati a fare ritorno negli enti di provenienza. In tutto, sarebbero 69 i «comandati» che aspirano a rimanere stabilmente nell'organico regionale, parliamo di una galleria umana e professionale dove non mancano mogli di, amici e parenti di questo o quel soggetto politico. E non è tutto. Stando a quanto raccontato dal Mattino, le larghe intese in materia di personale avrebbero addirittura consentito di calendarizzare in Consiglio la discussione su interventi normativi destinati a favorire un certo target di professionisti. Sembrano vestiti cuciti su misura - dicono i bene informati - l'anticamera di un'assunzione certa nel Palazzo dove si dovrebbe entrare solo grazie a un concorso per titoli. © RIPRODUZIONE RISERVATA