Pd a rischio flop, sicuro solo un collegio in Campania: Renzi chiama De Luca

Domenica 11 Febbraio 2018 di Adolfo Pappalardo
C'è un incubo Napoli (e Campania) che agita i sonni già inquieti del Nazareno. Prima solo la sensazione, lo scenario, di un Pd che in questa regione andrebbe di almeno 4 punti sotto le media nazionale stimata nel 22 per cento, poi un sondaggio da allarme rosso: nei collegi campani il partito di Renzi è fuori, a giocarsela sono il centrodestra ed i grillini. Anzi due sondaggi perché visto il risultato del primo, al Nazareno ne hanno commissionato un altro ad una società diversa ed il risultato è stato pressoché simile. Con un dato da incubo su Napoli: il partito viene attestato a quel 12 per cento che è la cifra raggranellata alle ultime comunali in cui i democrat (per la seconda volta di fila) si sono ritrovati fuori dal ballottaggio. In pratica il risultato più basso all'ombra del Vesuvio da quando è nato il Pd e che si staglia all'orizzonte del 5 marzo. Non proiezioni, non intenzioni di voto generali ma ricerche commissionate, per la prima volta, intervistando un panel di elettori con i nomi messi in campo nei collegi uninominali. Con un paradosso, se vogliamo: ad oggi l'unica poltrona sicura con l'uninominale andrebbe a quel Franco Alfieri che il partito ha candidato solo dopo un lungo tira e molla per vie delle vecchie polemiche sulle fritture.

Male Napoli, male Caserta, dove ci sarebbe però un leggero recupero, male Benevento e malissimo l'Irpinia dove il Pd ha rinunciato a presentare i suoi candidati per lasciare il posto libero ai centristi. Un po' meglio solo Salerno, il fortino deluchiano, che rimane comunque sotto la media nazionale. Con il pericolo di non farcela nei collegi anche per nomi a prima vista sicuri. Figli o nipoti d'arte, come Piero De Luca o Giuseppe De Mita nei loro territori.
 

Da qui, da questo campo di battaglia che sembra più una trincea da prima guerra mondiale che un conflitto moderno, l'assenza forzata di Matteo Renzi, decisissimo a tenersi bene alla larga da Napoli. Da dimenticare, quindi, i tempi delle Europee quando il giovane segretario chiudeva alla Sanità la campagna delle Europee prima di intestarsi quel 40 e passa per cento che rimane il risultato più alto. Lontano, almeno per ora, da Napoli anche se è capolista. E ancora nessuna notizia, tra lo sconcerto dei dirigenti pd napoletani, di un suo arrivo nel capoluogo partenopeo dove (e i sondaggi citati lo certificano) sembra svanito anche quell'effetto Paolo Siani che si era giocato l'ex premier all'indomani della presentazione delle liste. A differenza di Silvio Berlusconi che, pregustando l'aria di vittoria nei collegi campani e del Sud, ha prenotato per martedì 20 febbraio la sua tappa napoletana.
 
In questo quadro l'unico che potrebbe dare una sterzata, dare comunque una mano a risalire nei sondaggi, è il governatore Vincenzo De Luca a cui ora viene chiesto di cimentarsi in un'impresa fuori dal comune: buttarsi a capofitto nella campagna elettorale e trascinare un centrosinistra a trazione renziana ormai in affanno. Giocare la carta del lavoro fatto in Regione, tirare il carro renziano e puntare a una risalita di almeno 3-4 punti. Non solo a Salerno o Caserta (dove il governatore l'altro giorno ha già fatto una tappa girando mezza Terra di lavoro) ma in tutta la regione. Tuffarsi nell'agone politico anche perché, gli è stato fatto notare, nelle scelte della candidature è stato accontentato su tutta la linea e 5-6 uomini suoi (a cominciare dal primogenito Piero) andranno dritti verso il Parlamento, grazie ai listini del proporzionale. Occorre, questo l'ordine di scuderia, tentare di erodere non solo consensi a un centrodestra in grande ascesa ma soprattutto ai grillini. Proprio loro che oggi, con il candidato premier Luigi Di Maio, intraprendono un tour campano iniziando da Salerno, la roccaforte deluchiana per eccellenza.

Lui, Vincenzo De Luca, da buon soldato ha già risposto alla chiamata alle armi. L'altro giorno nel Casertano e domani prima a Salerno per una conferenza sui temi della sanità e poi nel pomeriggio a Napoli ad un convegno di biologi. D'altronde il governatore ha dovuto, visto l'allarme, stravolgere anche la sua agenda di lavoro. Anzi cancellarla. E non a caso con Bruno Cesario, il suo capostaff appena nominato, l'altro giorno è stato non categorico ma imperativo: «Annulla tutto, nessun impegno amministrativo sino al voto».
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