Regionali Campania 2020: De Luca stravince, tonfo di M5S e centrodestra

Martedì 22 Settembre 2020 di Paolo Mainiero

Nel 2015 fu l’accordo dell’ultim’ora con Ciriaco De Mita a spianargli la strada per palazzo Santa Lucia. Cinque anni dopo, Vincenzo De Luca riconquista la Regione sulla scia dell’onda lunga dell’emergenza sanitaria. Il governatore ribalta tutti i sondaggi che prima del lockdown lo vedevano di gran lunga sotto e smentisce chi appena sei mesi fa brigava per trovare un altro candidato, magari d’intesa con il M5s, mentre oggi, parole di Nicola Zingaretti, lo definisce addirittura «un gigante». 

 

 

A 71 anni De Luca vince l’ennesima battaglia. Anzi, la stravince con il 68,11 per cento dei voti. Per quattro volte supervotato sindaco di Salerno, due volte parlamentare, altrettante presidente della Regione, don Vincenzo conferma le sue doti di trascinatore e attrattore di consensi. In un quarto di secolo, l’unica sconfitta risale al 2010 contro Stefano Caldoro, poi battuto sia nella rivincita di cinque anni fa sia nella bella di oggi. Già, Caldoro. Ha strappato una candidatura osteggiata dai suoi stessi alleati (nel partito e fuori il partito) e si è battuto con generosità e passione ma fermandosi a uno scialbo e inatteso 16 per cento. Obiettivamente, contro l’armata di De Luca c’era poco da fare e comunque la sua sconfitta, che è la sconfitta di tutta la coalizione, deve aprire nel centrodestra una riflessione seria e profonda in vista del voto a Napoli il prossimo anno.

Quanto nella vittoria di De Luca abbiano influito i sei mesi dell’emergenza sanitaria e quanto i quattro anni e mezzo di amministrazione è tutto da capire. Certo, nella gestione del lockdown, condita anche da slogan e battute a uso e consumo dei campani rintanati in casa, De Luca ha mostrato tutto il piglio decisionista e a tratti populista sul quale ha fondato il suo percorso politico-amministrativo. Ha detto ciò che i cittadini volevano sentire e ha fatto ciò che serviva per fronteggiare e arginare l’epidemia, anche andando contro la linea e le direttive del governo. Per il resto, sono stati quattro e anni e mezzo di luci e ombre, sintetizzabili in due esempi: la fine del commissariamento della sanità da un lato, la mancata rimozione delle ecoballe dall’altra.
 

 

I numeri sono chiari, parlano da soli, danno l’idea di un trionfo che va oltre le previsioni. «Caldoro pensi ad evitare il doppiaggio», aveva beffardamente infierito qualche giorno fa il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis e in effetti nell’abissale distacco (68,11 e 16,47 a metà scrutinio) tra De Luca e il candidato del centrodestra c’è tutto lo strapotere del primo e la labilità del secondo. De Luca lascia le briciole agli avversari e manda anche un inequivocabile messaggio a chi invocava un’alleanza con il M5s. La grillina Valeria Ciarambino si ferma al 12 per cento e arretra rispetto a cinque anni fa. Almeno in Campania, è il dato che emerge e che De Luca farà pesare, il centrosinistra può vincere senza il M5s e questo può diventare un elemento dirimente in vista delle elezioni del prossimo anno a Napoli sulle quali, volente o nolente, la parola del governatore sarà l’ultima e non sarà ininfluente. 

Un altro elemento di riflessione lo offre un potenziale asse meridionale: la scontata vittoria di De Luca in Campania e quella più sorprendente di Michele Emiliano in Puglia rafforzano in chiave nazionale i due vincitori (peraltro allergici ai riti del Nazareno), mandano eloquenti segnali a Roma (il centrosinistra al Sud vince, al Nord scompare), ridimensionano quel M5s che proprio in queste due regioni aveva trovato il terreno più fertile per i suoi successi.
 

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Nel suo successo personale De Luca trascina la coalizione. Il voto al governatore coincide con quello allo schieramento, per cui non c’è stato neanche quel voto disgiunto che alla vigilia si poteva immaginare. Per avere un’idea della portata della vittoria basta dire che De Luca e il centrosinistra hanno migliorato di venti punti la performance di cinque anni fa. È chiaro che su De Luca si è concentrato il voto trasversale dei tanti nei sei mesi del lockdown ne hanno riconosciuto la leadership. In sostanza, due campani su tre hanno riconfermato il governatore uscente, che dovrebbe contare in consiglio su una maggioranza di 32 seggi contro i 18 dell’opposizione. 

Il Pd è il primo partito (17,7) della regione e si mantiene più o meno in linea con la percentuale delle Europee (19,11). Un dato non scontato se si considera che De Luca era sostenuto da una coalizione extra-large con quindici liste sulle quali con operazioni spericolate dell’ultim’ora sono stati imbarcati uomini e donne in fuga dal centrodestra. I primi risultati parlano anche di un lusinghiero risultato di Italia Viva, un 5-6 per cento che premierebbe la scelta di Matteo Renzi di schierarsi da subito al fianco di De Luca. Tra le civiche va segnalato l’exploit della lista De Luca presidente che si attesta intorno al 14 per cento. In definitiva, il Pd regge, resta l’architrave del centrosinistra e pone le basi per poter rivendicare tra qualche mese il candidato sindaco a Napoli, sulla cui scelta nel partito si è già aperta una discussione tra chi vuole le primarie e chi, come il segretario provinciale Marco Sarracino, le ritiene invece superabili. Ma questa è storia di un futuro prossimo.
 

 

Paradossalmente, a fare più rumore non è tanto il trionfo del centrosinistra quanto la debacle degli avversari. Il centrodestra è praticamente scomparso, vittima delle guerre interne e di un tira e molla sulla candidatura di Caldoro che ha finito per indebolire sino a usurare l’ex governatore. La cartina di tornasole è il crollo di Forza Italia nella regione che è sempre stata una sua roccaforte. Dilaniatosi in una lotta fratricida, il partito si è sciolto in percentuali a una cifra, oscillando tra il 5 e il 6 per cento. Una miseria. Così come può ritenersi deludente il risultato della Lega. Salvini puntava molto sulla prima volta in Campania, evidentemente galvanizzato dal 19 per cento alle Europee dello scorso anno. E invece una elezione molto locale e personalizzata da De Luca ha penalizzato un partito che nella pancia del Sud ancora viene considerato di estrazione settentrionale. Infine, non sfonda Fratelli d’Italia che nel naufragio del centrodestra è molto lontana dalla doppia cifra di cui è accreditata nel Paese. L’unica consolazione è il primato della coalizione.

Tra gli sconfitti va sicuramente annoverato il M5s, che indietreggia (dal 17 al 12) rispetto a cinque anni fa e addirittura precipita rispetto al 33 per cento delle scorse Europee. Al di là delle croniche difficoltà del movimento a competere a livello locale, nonostante la presenza in Campania di leader come Roberto Fico e Luigi Di Maio e una consistente pattuglia di parlamentari, è venuta meno anche la capacità di rinnovamento, di volti e di proposte. La ricandidatura di Valeria Ciarambino, di Pomigliano come Di Maio, è apparsa rientrare più nella logica del tanto peggio tanto meglio che nella prospettiva di porsi come forza di governo.

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