Sanità in Campania, l'assessore Cinque: «Non ci sono guerre, regole uguali per tutti»

Martedì 18 Gennaio 2022 di Ettore Mautone
Sanità in Campania, l'assessore Cinque: «Non ci sono guerre, regole uguali per tutti»

In Campania dal 2016 al 2019, al contrario di altre Regioni italiane prese come metro di riferimento (Emilia Romagna, Marche, Piemonte, Umbria e Veneto) la stragrande maggioranza delle prestazioni sanitarie ambulatoriali è stata annualmente erogata dal privato accreditato e c'è stata una sottostima di circa il 18 per cento del fabbisogno reale che ha lasciato al palo circa 10 milioni di prestazioni su 56 milioni erogate. Parliamo di visite specialistiche, diagnostica, analisi di laboratorio. I dati emergono dal lavoro effettuato dal commissario ad acta nominato nell'ambito di un contenzioso sui tetti di spesa tra pubblico e privato teso a verificare il fabbisogno reale. «Il settore privato accreditato è un punto di forza della Sanità campana - avverte Ettore Cinque ordinario di economia aziendale e assessore regionale al Bilancio - che si è sviluppato anche in termini di eccellenza e di innovazione tecnologica. Ma pubblico e privato devono rispondere alle stesse regole sulla classificazione in base alla priorità delle prestazioni».

Assessore Cinque qual è il modello campano di salute?
«Non ci sono guerre da combattere tra pubblico e privato. L'obiettivo è tendere alla migliore assistenza possibile in base alle risorse disponibili. Su alcuni tipi di prestazioni la Campania, sul versante pubblico, è storicamente più debole».

Come mai?
«La Sanità del Sud ha pagato pegno rispetto al resto del Paese. Il privato è stato bravo a fornire servizi tempestivi e di qualità. Per l'acquisto di prestazioni dal privato accreditato, rispetto al totale dei costi sanitari, siamo quarti in Italia. Spendono di più Lombardia, Molise e Lazio. Siamo in linea, con l'eccezione del Molise, con il dato di popolazione ma per il privato accreditato a fronte di una spesa media italiana del 19% dei costi di esercizio noi ne impieghiamo il 23. Nessuno può dire che abbiamo lesinato sui tetti di spesa».

Mancano all'appello 10 milioni di prestazioni rispetto al fabbisogno, il 18-19 per cento di quanto erogato.
«Qualcosa negli ultimi tempi è cambiato: oggi i distretti sono stati attrezzati con apparecchiature, mammografi, ecografi, Tac e anche risonanze, assumendo personale specializzato, radiologi, specialisti ambulatoriali. La pandemia ha accelerato la implementazione di tecnologie e piattaforme informatiche che saranno preziose per la svolta che attendiamo con i fondi del Pnrr».

I tetti di spesa per i privati saranno adeguati?
«Potremo attingere anche nel 2022 ai fondi per le liste di attesa come è avvenuto nel 2021 ma dal 2012 esiste una legge dello Stato che riguarda tutte le Regioni e che impedisce ai contratti con i privati accreditati di incrementare la spesa rispetto al consuntivo del 2011. Questo vincolo è una camicia di forza. Da allora il mondo è cambiato e il Fondo sanitario cresciuto ma quel limite è ancora vigente. Occorre migliorare la strategia di impiego delle risorse per il privato e accrescere la produttività delle aziende pubbliche».

Le liste di attesa e l'accoglienza nel pubblico sono un freno?
«L'accoglienza nel privato è molto sviluppata e il settore pubblico deve crescere in questa direzione. Nel pubblico però le prenotazioni seguono standard fissati dal gradiente di urgenza che devono essere comuni al privato accreditato che invece finora attingeva a un serbatoio di risorse unico che generava concorrenza tra gli erogatori».

Si riferisce ai nuovi tetti per singola struttura e su base mensile?
«L'obiettivo è spingere anche il privato a programmare le urgenze. Uno strumento da perfezionare ma che tende a far sì che anche gli accreditati siano interessati alla classe di priorità delle prestazioni. Urgenze entro 72 ore, brevi entro 10 giorni, differibili entro un mese per la vista e 60 giorni per la diagnostica e poi 4 mesi per le programmabili. La classe di priorità della prestazione la indica il medico sulla ricetta».

I centri diagnostici devono farsi anche loro una lista di attesa?
«I 72 milioni messi nel piatto alla fine del scorso anno per il recupero delle liste di attesa sono stati esauriti in un mese e mezzo».

Come ci si orienterà in liste di attesa a macchia di leopardo? «Il Cup unico regionale, porta unica di accesso ai servizi, provvederà a questo».
I tempi?

«L'informatizzazione spinta dei servizi è in dirittura d'arrivo. Il Cup unico per il pubblico e il privato accreditato consentirà al paziente di scegliere dove andare in maniera libera, trasparente. Un percorso che vogliamo fare insieme al privato, le associazioni di categorie e i rappresentanti dei malati».

Resta il nodo del disequilibrio delle risorse tra Nord e Sud.
«È una battaglia centrale del presidente De Luca che però pochi hanno accompagnato. A livello nazionale e regionale la risposta politica è stata tiepida. Almeno i fondi aggiuntivi del Fondo sanitario andrebbero ripartiti in maniera giusta tra le Regioni».

 

Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 18:10 © RIPRODUZIONE RISERVATA