Il secessionismo alla Masaniello per nascondere il flop di Napoli

Martedì 19 Febbraio 2019 di Vittorio Del Tufo
«Siamo pronti per l’attacco». Il Gladiatore? No, il sindaco di Napoli. «Governeremo con la fratellanza, l’umanità, la giustizia sociale e la felicità». Il favoloso mondo di Amélie? No, il favoloso mondo (parallelo) di De Magistris. Che contro l’Italia «degli affaristi, dei corrotti e dei mafiosi» annuncia l’avvento di Napoli Città Autonoma. Non stupisce che il sindaco approfitti della polemica sull’autonomia per ergersi a paladino del Sud e sparare a palle incatenate contro il governo. Ci saremmo stupiti del contrario. Abituato a mantenere aperto giorno e notte il centro studi del populismo, eccolo annunciare sui social un referendum entro l’anno «per l’autonomia totale di Napoli». Autonomia totale, mica parziale: per ottenere «più risorse economiche, meno vincoli finanziari, più ricchezza, più sviluppo, meno disuguaglianze». 

Dai tributi alla criptomoneta, dall’autocancellazione dei debiti all’autodeterminazione del popolo, Napoli si stacca dal resto del Paese e diventa una libera repubblica delle banane, in grado di provvedere da sola a se stessa. Come, su quali basi, con quali soldi e attraverso quali strumenti questa specie di secessione strisciante di cui vaneggia il sindaco possa dispiegarsi in una città ormai vicina al tracollo finanziario è difficile dire. Crediamo che non ne abbia la più pallida idea nemmeno il barricadiero DeMa, a cui basta srotolare in modo gioioso il proprio innato impulso demagogico per alimentare il serbatoio di una battaglia politica tutta personale.

Che l’autonomia rivendicata dalle regioni del Nord sia un grave danno per il Paese, per la sua tenuta d’insieme, lo sosteniamo da tempo. Nessun dubbio che a pagare il costo più salato saranno le regioni del Sud.

Lo sostengono le analisi più accreditate e lo sostiene un fronte sempre più trasversale composto da economisti, docenti, vescovi, sindacalisti, Corte dei Conti, mondo della cultura e delle professioni. La secessione dei ricchi spacca l’Italia perché è destinata ad accrescere il già evidente divario tra le diverse aree del Paese, scavando un baratro sempre più profondo tra cittadini di serie A e cittadini di serie B. Conviene, proprio per questo motivo, alle regioni e ai Comuni più ricchi, senza offrire alcuna garanzia di tenuta solidale del Paese. Sono in molti, insomma, a paventare conseguenze devastanti. Solo che fa un certo effetto constatare che De Magistris vuol combattere l’autonomia con la criptovaluta partenopea. Gli stessi richiami all’autonomia e all’autodeterminazione del popolo sono slogan ad effetto, ma restano slogan. Lontani anni luce dalla realtà.

Con i creditori alle porte, Palazzo San Giacomo in predissesto, i trasporti sull’orlo del fallimento e i servizi pubblici al di sotto della decenza, il referendum per l’autonomia totale di Napoli rischia di essere, o di diventare, la foglia di fico dietro la quale nascondere il disastro di un’esperienza amministrativa. Per anni De Magistris ha inseguito una sceneggiatura nota, quella del «come sono rivoluzionario io». Quale miglior occasione dell’autonomia dei ricchi - boccone avvelenatissimo - per spargere altro fumo negli occhi? Il sindaco ha fatto bene, nei mesi scorsi, ad alzare la voce contro un debito antico, che non attiene a questa amministrazione. Ora però dimentica, o finge di dimenticare, che il Comune di Napoli ha evitato in extremis il dissesto finanziario proprio grazie al senso di responsabilità della politica nazionale, che gli ha teso più di una volta una ciambella di salvataggio proprio quando stava per colare a picco. 

Per ergersi a paladini della battaglia contro l’autonomia bisogna innanzitutto muoversi dentro un recinto costituzionale, e poi avere le carte in regola sul piano della credibilità amministrativa, a cominciare dalla tenuta dei conti pubblici. L’incapacità del Comune di «fare cassa» è invece ben nota, e i piani di risanamento inanellati negli anni hanno dato finora un bottino magrissimo. Il flop delle riscossioni, il buco nero dell’Anm, la mancata riorganizzazione delle società partecipate, i ritardi nella dismissione del patrimonio immobiliare, sono tutte zavorre che pesano sui conti pubblici, e di conseguenza sui servizi offerti ai cittadini. E che non autorizzano a coltivare troppe speranze sull’autonomia totale, contro tutto e tutti, con cui il sindaco di Napoli ha deciso di caricare la fionda. L’ultima mazzata, il giorno di San Valentino, è arrivata dalla Consulta, che ha bocciato la possibilità per i Comuni in pre-dissesto che non siano riusciti a rispettare le tappe del risanamento previsto dal piano di riequilibrio di poter spalmare il disavanzo in 30 anni anziché in dieci.

L’importante è cavalcare la rissa e superare in acuto il frastuono del traffico. Al mio segnale, scatenate l’inferno! Russel Crowe? No, sempre lui, De Magistris. Da tempo segnaliamo il risvolto tutto politico - e strategico - di certe esibizioni muscolari. Le quali continuano a rivelare un continuo spostamento di ruolo e di prospettiva rispetto al profilo amministrativo. Che ormai ha ceduto il passo a dimensione esclusivamente politica, una suggestione elettorale a tempo pieno. De Magistris, ormai lanciato versi nuovi traguardi (strappare la presidenza della Regione al nemico De Luca) non rinuncia alle boutade (prive di qualsiasi aggancio tecnico, economico e costituzionale) per accreditarsi come leader politico in vista delle Regionali del 2020. Fino a evocare una fantomatica Repubblica partenopea fondata sulla felicità, manco fosse il Re del Buthan che ha introdotto per legge l’indice di Felicità Interna Lorda (FIL) come indicatore di sviluppo. Ma l’autonomia è una cosa seria, e il contro il «regionalismo differenziato» del Veneto e della Lombardia, piegato agli interessi del Nord, occorrono parole di verità, non slogan rubati a una rivoluzione di cartapesta. © RIPRODUZIONE RISERVATA