We are Napoli, Antonella Di Pietro torna a casa: «Basta stereotipi, lancio il mio manifesto»

Lunedì 22 Giugno 2020 di Valerio Esca

Nominata con decreto sindacale presidente del Tavolo di consultazione per lo sviluppo e la promozione del Made in Naples e del brand della Città di Napoli We Are Napoli» la creative director in Karl Lagerfield e Tommy Hilfiger, Antonella Di Pietro ha già le idee chiare: «Basta stereotipi, Napoli deve essere rilanciata partendo dalla sua storia, ma guardando verso il futuro. Dobbiamo creare un profilo della città che sia ancor più internazionale». Di Pietro è in costante viaggio per lavoro tra New York, Parigi e Amsterdam, ma si prepara ad essere più presente in città.
 


È stata chiamata a rilanciare il brand Napoli nel peggior momento della storia moderna, senza turisti, come vive questa sfida?
«Certamente è una fase delicata e questa che mi è capitata è una cosa bella in un momento brutto. Se riusciamo però a creare un luogo che racchiuda sicurezza e cultura non avremo problemi a rilanciare il marchio Napoli. Durante il lockdown abbiamo imparato a riprenderci cura del nostro tempo, a riguadagnare i nostri spazi. Tutto è mutato, anche la moda, settore in cui lavoro da anni e che subirà un cambiamento epocale. Dobbiamo essere bravi a stimolare le persone, a parlare di cultura, creare emozioni in una città bizzarra, ma che sa emozionare. Napoli è sempre un'incognita, nel bene o nel male. Però le emozioni che sa dare sono energia, ed io capisco solo adesso che il mio tempo lontano dalla mia città e stato troppo, ma importante. Devo alla mia città la creatività, ed al mio viaggiare il mondo una struttura delle emozioni che spero faranno la differenza. Ma il vero successo di questo progetto sarà la scelta delle nostre straordinarie free minds» (menti libere, ndr), insieme avremo la felice responsabilità di lavorare per Napoli. Perché il suo nome risuoni di vitalità e forza nei cuori e nelle menti del mondo».

Il tavolo che presiederà ha deciso di chiamarlo proprio free minds, come mai?
«Voglio coinvolgere quei napoletani che si sono imposti lontani dalla città in cui sono nati e che sono più famosi fuori città che qui. Ma anche tutte quelle menti libere, aperte e geniali che amano la nostra città e che vorranno dare un contributo. Il nostro percorso deve essere inclusivo e accettare tutti, anche quelli diversi da noi. Siamo storicamente un mix di culture e questa dovrà essere la nostra forza».

Ci sarà un manifesto con il quale lancerete le prime iniziative?
«Ci sto già lavorando. In settimana incontrerò il sindaco de Magistris, l'assessore Clemente e la consigliera Bismuto. Il primissimo manifesto deve parlare delle personalità del tavolo, che ne rifletteranno l'azione. C'è necessità di avere persone con un'apertura mentale e puntare alla sostenibilità dei progetti. Si dovrà parlare di arte, cultura, musica, anche di finanza, ma eliminando gli stereotipi. Bisogna avere un approccio alternativo per attirare nuovamente i turisti. Basta con quei racconti che vengono fatti fuori Napoli della pizza, del mandolino, la tarantella, il sole e il mare, o di quando le persone vanno in tre sul motorino. Non può essere questa la narrazione di una città immensa come Napoli. Bisogna far passare un concetto nuovo, per questo vorrei presentarmi con un tavolo di gente che potrebbe stare a Napoli, ma anche a New York, in Cina o in Giappone».

Quando verrà pubblicato il manifesto?
«Entro un paio di settimane, il tempo di esporlo al Comune».

Avete già un logo?
«Sì utilizzeremo quello già lanciato dall'assessorato al Made in Naples, We are Napoli. La macchina c'è, adesso dobbiamo metterci la benzina e partire».

Prima parlava degli stereotipi, spesso però sono stati anche la forza di questa città, non crede?
«Napoli ha una storia secolare e tutto deve essere ben canalizzato. Non sto certo dicendo che va cancellato tutto ciò che rappresenta la città, ma non può essere l'unica cosa da poter raccontare una volta andati via da Napoli. Napoli è tante cose insieme, dobbiamo far sì che vengano fuori». 

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