I ricordi di Patrizio Rispo:
«Quegli scarabocchi
per nonna Giorgia»

Sabato 4 Maggio 2019 di Maria Chiara Aulisio

Primo di quattro fratelli: Stai buono, ché sei il più grande, Patrizio Rispo - istrionico attore napoletano - se lo sentiva ripetere ogni momento, già da quando aveva non più di cinque anni. La famiglia era numerosa, e le attenzioni di mamma e papà finivano fatalmente su chi veniva dopo di lui: prima Giampiero, poi Dario e infine Fabio. Meno male che c'era nonna Giorgia, un tesoro, l'unica che continuava a trattarlo come un vero bambino.

Brutta vita, quella del primogenito.
«Soprattutto quando, nel giro di qualche anno, da uno si passa a quattro».

Pure tutti maschi.
«Eh, non ne parliamo. Al pronto soccorso, ci chiamavano per nome: uno andava e l'altro veniva. D'altronde, era inevitabile. Quattro ragazzini tutti insieme. Una volta era la caduta dalla bici, l'altra dagli sci, e poi lo scivolone giocando a pallone, il Monopoli che finiva in rissa... Mia madre non si preoccupava neanche più».

Meno male che c'era la nonna.
«Il mio rifugio. Mamma aveva il suo bel da fare, potete immaginare; la nonna, invece, era sempre lì, pronta a coccolarmi. Pure se le portavo uno scarabocchio, era capace di togliere un quadro e appenderlo al muro. Fantastica. Ho anche vissuto da lei, un paio d'anni, quando i miei si trasferirono a Roma e io rimasi qui perché dovevo finire la scuola».

Che istituto frequentava?
«Il Bianchi. Gli anni più belli della mia vita, ci andavo talmente volentieri che non ho mai fatto un filone. Era una scuola come dovrebbero essere quelle di oggi. Stavo lì quasi tutto il giorno. I miei amici, quelli storici, sono i compagni di allora». 

Qualcuno in particolare?
«Mezza sanità campana. Da Antonio e Franco Corcione a Paolo Muto, Fernando Zarone, Geppi Panetti - giusto per nominare i primi che mi vengono in mente. Dico sempre, scherzando, che con il Bianchi mi sono fatto la polizza sanitaria».

Bei ricordi.
«Indimenticabili. Dopo le lezioni, si mangiava, si facevano i compiti, e poi vai con lo sport, il teatro, l'animazione. È in quella scuola che ho capito che cosa avrei fatto da grande».

L'attore?
«Amavo recitare. Mettevamo in scena di tutto: dalle commedie ai grandi classici. Fino a quando, un giorno, tra il pubblico che assisteva a una delle nostre rappresentazioni, comparve il regista Sergio Pacelli - il fondatore del Teatro da Camera di Roma. Mi notò e volle che facessi parte della sua compagnia».

Così cominciò a recitare sul serio.
«La gavetta è stata lunga. Il palcoscenico ti affascina, ma non va sempre tutto come vorresti. Su centomila, solo dieci ce la fanno; il rischio di rimanere senza lavoro è molto alto. E prima o poi capita a tutti».

Quindi?
«Nessun problema. Quando non si recitava, mi rimboccavo le maniche e cominciavo a cercare qualcosa da fare». 

Quali mestieri ha fatto?
«Un po' di tutto: dall'autista al cavallaro. Ma sempre con la capa dell'attore: era una recita continua, la mia, ogni lavoro interpretavo un personaggio diverso. E mi veniva pure bene. Un periodo, invece, misi su una vera e propria agenzia di servizi».

Che servizi?
«Avevo una Lancia Thema. Iniziai a fare l'autista, accompagnando la gente all'aeroporto. Ma il giro si allargò, e così cominciai a portare le signore a fare la spesa, i bambini a scuola, i professionisti al lavoro».

Faceva il tassista.
«Non solo. Capitava che, portando persone avanti e indietro, venissi a conoscenza delle loro esigenze. A chi serviva una baby-sitter, a chi il dog-sitter, l'insegnante per i compiti dei bambini e un sacco di altre cose, alle quali trovavo io la soluzione. Avevo diversi amici, attori pure loro, che erano disoccupati come me; così, li coinvolgevo».

Gli attori e le attrici.
«Tutti ben contenti. In attesa di tempi migliori, bisognava pur campare, e vi assicuro che guadagnavamo molto bene. A un certo punto, però, mi resi conto di aver organizzato un business completamente a nero. Decisi che sarebbe stato meglio chiuderla lì, prima di finire in galera con tutta la compagnia che mi portavo dietro».

Però, poi, il lavoro non le è mancato.
«Mi è andata bene. Ho avuto la fortuna di essere scelto da registi come Massimo Castri, Egisto Marcucci, Giancarlo Cobelli, da Vittorio Caprioli e Lorenzo Salveti. E l'onore di recitare accanto a grandi attori come Eros Pagni, Valeria Moriconi, Carla Gravina, o i fratelli Aldo e Carlo Giuffrè». 

E il cinema?
«Poche cose, ma di qualità. Penso a Ricomincio da tre con il grande Massimo Troisi, a Nel regno di Napoli, o a Morte di un matematico napoletano e Benvenuto Presidente! - per ricordarne qualcuno».

Veniamo a Un posto al sole.
«All'inizio non sapevamo nemmeno quanto saremmo durati, e invece sono passati 23 anni. Ormai, mi chiamo Patrizio Rispo solo due ore al giorno, quando torno a casa. Per il resto, sono Raffaele, il portiere di Palazzo Palladini». 

Ultimo aggiornamento: 5 Maggio, 08:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA