I ricordi di Davide Tizzano:
«Avevo appena 14 anni
quando andai a vivere da solo»

di Maria Chiara Aulisio

Aveva appena compiuto quattordici anni, quando lasciò mamma, papà e due fratelli, e si trasferì a vivere da solo a Piediluco, a breve distanza dalla cascata delle Marmore e a due passi dal lago, uno dei più bei campi di canottaggio d'Italia. Era già un talento, Davide Tizzano, uno dei pochi campioni capaci di vincere due volte l'oro olimpico, in specialità diverse del canottaggio: il quattro di coppia a Seul e, otto anni dopo, il doppio ad Atlanta, sempre con Agostino Abbagnale. Ma andiamo con ordine. Era il 1982, il piccolo Davide partecipava ai Giochi della gioventù, sfida sportiva riservata a ragazzi e ragazze dagli 11 ai 15 anni di età. Tizzano primeggiò e non passò inosservato.
 
 

Chi la notò?
«Il direttore tecnico, durante la finale di canottaggio. Mi disse che, se lo avessi seguito, nell'arco di dieci anni avrei preso una medaglia alle Olimpiadi: quelle del '92 a Barcellona. Ci pensai - forse - una ventina di secondi».

Che cosa gli rispose?
«Che ero pronto a partire. Per fortuna, i miei genitori furono d'accordo e, nel giro di qualche settimana, lasciai tutto e me ne andai a Piediluco. D'altronde, mamma e papà se lo aspettavano: avevo cinque o sei anni, quando cominciai a remare; la mia era una grande passione che non avrebbero potuto frenare».

Tutto solo, lontano da casa, a 14 anni?
«Ero il più piccolo, ma non ero proprio solo, vivevo nel college con gli atleti. Diventai una sorta di mascotte, ricordo che facevo da sparring agli equipaggi dei grandi. E quando, una volta alla settimana, andavano a mangiare fuori, mi portavano sempre con loro».

Nessuna malinconia, insomma.
«Sinceramente, no. Stavo molto bene lì, mi trattavano alla pari e ne andavo orgoglioso. Ogni tanto, bisogna dire, quando la meritavo, mi arrivava pure qualche sberla. Ma no, niente nostalgia. E poi ero abbastanza abituato a vedermela da solo».

Come mai?
«Mio padre aveva un'azienda di legname, viaggiava spesso per lavoro. Quando era possibile, mi portava con sé, ma poi dovevo arrangiarmi, lui aveva da fare e non poteva certo starmi dietro. Senza contare che, a volte, quando chiudevano le scuole, partivo con i camion di legname e gli operai, anche senza che ci fosse lui. Mi chiamavano Davidino, non avevo nemmeno 10 anni».

Grande autonomia, quindi.
«Totale. Anche quando vivevo a casa, non sono mai stato uno di quelli che andava a piangere da mamma e papà. Sono nato e cresciuto all'Arenaccia - quartiere popolare, dove abitavamo in via Federico Persico - e ogni giorno mi imbattevo in bande di scugnizzi piuttosto violenti, con i quali finiva regolarmente a mazzate. Anche per questo mio padre, quando arrivò la proposta del direttore tecnico, non esitò a spedirmi a Piediluco: ambiente sano e tanto sport lontano dall'Arenaccia».

Si difendeva bene?
«Fin troppo. Ero abituato a menare. Tant'è che, quando arrivai a Piediluco, facevo a botte pure lì. Il direttore tecnico mi ricordò che dovevo fare canottaggio e non pugilato».

E a scuola?
«Ci andavo, la mattina; e poi il pomeriggio mi allenavo con gli altri».

A casa quando ci tornava?
«Più o meno, ogni due mesi. Ricordo ancora la felicità di mia madre ogni volta che, finalmente, mi vedeva arrivare». 

È cresciuto in fretta.
«Beh, sì. Quando a 14 anni sei già fuori di casa, devi crescere per forza. È vero che vivevo in un campus insieme con gli altri, ma è anche vero che dovevo fare tutto da solo. A 20 anni poi ero già un uomo. Dico sempre che la mia giovinezza è finita a Seul, nel 1988, quando ho vinto l'oro olimpico e mi sono sentito addosso tutta la responsabilità del campione».

Gara straordinaria.
«Quattro di coppia, con Agostino Abbagnale, Gianluca Farina e Piero Poli. Lì la mia vita è cambiata: impegno, sacrifici, allenamenti. Del ragazzino di vent'anni che ero non restò più nulla».

Però, i risultati si fecero vedere.
«Otto anni dopo, ai Giochi di Atlanta del '96, vinsi l'oro nel doppio con Agostino Abbagnale».

Ma non finì così, perché oro e argento sono arrivati anche in più Mondiali.
«Però poi i remi li ho lasciati».

Perché?
«Decisi di affidarmi al vento. Ho partecipato a diverse competizioni veliche, tra cui la Luis Vuitton Cup vinta a bordo del Moro di Venezia. E poi c'è stata l'esperienza con Mascalzone Latino, sfidante alla Coppa America nel 2007. Con Mascalzone, in seguito, ho anche collaborato come direttore tecnico alla fondazione della Scuola di Vela di Napoli per i minori a rischio, in sinergia con il Ministero della Giustizia - e devo dire che quella è stata la mia vittoria più bella».
Sabato 18 Maggio 2019, 18:00 - Ultimo aggiornamento: 19 Maggio, 07:50
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