I ricordi di Ugo Cilento:
«Quelle estati a Capri
in strada a piedi nudi»

Sabato 30 Marzo 2019 di Maria Chiara Aulisio
I primi mesi di lavoro nel grande negozio di Palazzo d'Aquino di Caramanico, in via Medina, li ha passati montando e smontando scaffali, armadi e vetrine. Suo padre, Martino, glielo disse con chiarezza vieni pure a lavorare qui ma sappi che non sarà facile, se in futuro sarai tu a gestire l'azienda, è bene che impari partendo dal basso. Detto, fatto. Il giovanissimo Ugo non si tirò indietro: armato di impegno e buona volontà, cominciò a piccoli passi la scalata verso la vetta di una delle realtà sartoriali tra le più antiche della città, Cilento, fondata a Napoli nel 1780, dynasty unica per la ricchezza della sua storia, rintracciabile perfino negli archivi del Banco di Napoli. Un piccolo scrigno di eleganza all'ombra del Vesuvio, tra tessuti, cravatte, bottoni e cachemire, nascosta nel cuore della città antica, a largo San Giovanni Maggiore, dove i Cilento rimasero fino al 1820, anno del trasloco in via Medina dove sono rimasti con incredibile fedeltà ai luoghi fino al 2014, quando si sono trasferiti nei sontuosi locali di Palazzo Ludolf alla Riviera di Chiaia.
 
 

Insomma, ha cominciato da vetrinista?
«Magari. Facevo di tutto. Ero il commesso dei commessi addetto in particolar modo ai lavori manuali: improvvisavo riparazioni, rimettevo a nuovo vecchie scaffalature, assistevo al montaggio e allo smontaggio delle vetrine entrando e uscendo dal negozio al comando degli allestitori».

Gavetta classica.
«L'ho fatta tutta, sotto lo sguardo severo di mio padre che non me la faceva buona una volta. Ero costantemente controllato».

Però le è servito.
«Ancora lo ringrazio. Oggi sono in grado di fare tutto. Ammetto che non è stato facile, ricordo ancora la preoccupazione del primo ordine quando papà mi disse che avrei dovuto vedermela da solo».

Neanche un consiglio?
«Niente. Una bella mattina mi comunicò che potevo procedere autonomamente alla scelta di quello che avremmo dovuto acquistare. Panico totale. Sbagliare significava far saltare la stagione con le conseguenze che è facile immaginare».

Alla fine come andò?
«Molto bene. Fu costretto a farmi i complimenti».

Facciamo un passo indietro. Infanzia felice?
«Direi di sì anche se qualche problema l'ho avuto».

Problemi?
«Avevo nove anni quando i miei genitori decisero di divorziare. Restai a vivere con mio padre. Fu un brutto colpo anche perché allora la separazione era un evento piuttosto raro, e ancora più raro seguire il padre e non la madre».

Come mai rimase con suo padre?
«Una serie di ragioni delle quali quasi non ho più memoria. In ogni caso i miei genitori gestirono quella separazione in maniera intelligente con l'obiettivo di farmi crescere nel modo più sereno possibile».

Ci riuscirono?
«Con papà stavo molto bene e anche mamma la vedevo regolarmente. Forse ho sofferto un po' di solitudine: figlio unico di genitori separati, i momenti di vuoto c'erano eccome. Però papà ce la metteva tutta per farmeli sentire il meno possibile».

In che modo?
«Mi riempiva la vita con quel che poteva. D'inverno ogni weekend si andava a sciare a Roccaraso, d'estate era il corso di vela e poi gli amici che cercava di non farmi mancare mai organizzando sempre qualcosa. Il momento più divertente era quando ci portava a pesca, giornate allegre e spensierate».

E la scuola?
«Sono sempre stato abbastanza bravo. Facevo il mio dovere senza essere un secchione. Elementari all'istituto Denza e medie alla Tito Livio, lì ho conosciuto tanti amici, alcuni li frequento ancora. Ci spostavamo sempre in gruppo, pure le vacanze spesso le trascorrevamo insieme».

Dove?
«Quasi sempre a Capri. Mio padre mi portava lì fin da bambino, e io ci andavo molto volentieri. Appena sbarcavo sull'isola mi prendeva un senso di autonomia e libertà che non riuscivo a provare altrove. A volte uscivo addirittura a piedi nudi, come fossi a casa mia, ma erano altri tempi: oggi non sarebbe più possibile».

Quando ha deciso che da grande avrebbe lavorato nell'azienda di famiglia?
«Per la verità nemmeno ci pensavo. Studiavo economia. Accadde che i cugini che se ne occupavano decisero di fare altro e mio padre, che aveva anche uno studio di commercialista, cominciò a riflettere sul da farsi. A quel punto mi resi conto che era arrivato il momento di fare la mia parte».

Sarebbe stato un peccato perdere un'azienda così antica.
«Rappresento l'ottava generazione. La nostra era una famiglia di armatori e commercianti di stoffe, la nave era ormeggiata in Costiera. E vi dirò di più: lo sviluppo del Regno delle due Sicilie à passato anche per le filande che Martino e Federico Cilento impiantarono con due industriali svizzeri. Erano le Antiche Cotonerie Meridionali e introdussero per la prima volta la tessitura di fibre naturali come lino, cotone e canapa».

Grande successo.
«Con un vanto».

Quale?
«Siamo rimasti quelli di una volta. Abbiamo mantenuto l'impostazione sartoriale artigianale classica. Processi industriali zero, abiti ancora cuciti a mano, tele interne di crine di cavallo e severi vincoli di produzione. Più di così...».Ultimo aggiornamento: 27 Aprile, 12:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA