Le figure di Chagall e Pignon-Ernest nel ventre di Napoli

di Giuseppina De Rienzo

Se nel cuore fibrillante di Napoli tracciassimo linee immaginarie che vanno dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta a quella di Santa Maria del Purgatorio ad Arco imboccando Vico del Fico al Purgatorio davanti al cancello delle capuzzelle, per tornare a richiudere l'aria sui fianchi del campanile romanico della Pietrasanta, verrebbe fuori un triangolo scaleno, disarmonico ma denso di visioni umori colori; uguali e contrari. Il sogno di Marc Chagall, approdato sotto le cupole di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta con almeno 150 tra le opere del visionario pittore - disegni, foto, acquerelli, incisioni - senza fermarsi ai muri della basilica paleocristiana, si dilata a toccare i passanti in strada, aggiunge fantasmatici clown e commedianti ai nostri più terragni pazzarielli, mimi, e cantastorie, vola fino all'Extases che Ernest Pignon-Ernest espone nell'Ipogeo della chiesa delle anime pezzentelle.

Costruita nel 1605 da una congregazione laica che aveva deciso la cura delle anime dei trapassati, Santa Maria del Purgatorio ad Arco spazia su due livelli: quello superiore, prezioso esempio di arte barocca napoletana, e quello inferiore, tuttora sede del culto delle anime del purgatorio. Ed è là, nella buia cavità una volta chiamata o' fuosso - dove si poggiavano le spoglie della gente povera, quando ancora non c'erano i camposanti, e ai nobili e ai ricchi si riservavano pomposi sarcofaghi al piano superiore - che lo street artist francese Ernest Pignon-Ernest colloca le sue otto figure femminili in bianco e nero, esibendole nude nel momento più intimo di un'accensione mistica. Donne devote al Dio della cristianità, a cominciare dalla Maria Maddalena raffigurata nell'uguale posa di un quadro di Caravaggio. Prigioniero da sempre della malìa di Napoli, Pignon-Ernest ha lasciato nei vicoli della città, fin dagli anni Ottanta, centinaia di sudari di carta, senza curarsi del destino effimero della street art, troppo spesso violata da mani ignote e rapaci; è accaduto anche a quella (doppia) Pietà con Pasolini che regge tra le braccia il suo stesso cadavere; poggiata dall'artista francese nel 2015 sui muraglioni di Santa Chiara, fu subito divelta. In fondo poco importava. Conta, per Pignon-Ernest come per gli altri performer girovaghi, abitare il mondo in modo poetico, slancio vissuto in solitudine e tra le ombre della notte. Una fede caparbia, quanto l'ansia di Chagall di scovare la vita segreta delle cose per annullare il confine tra realtà e sogno. Quindi fiaba, poesia, e guerra, il senso del sacro, l'amore, e quei nudi sospesi per aria da un necessario baratto: cambiare l'invisibile in simboli. La stessa ricerca di immaterialità che ha guidato Pignon-Ernest nel tratteggiare le sue donne mistiche, collocandole nell'ipogeo gomito a gomito con pareti gonfie d'acqua e muffa, accanto a stanzoni arredati con vasche rettangolari piene di terra, carte e immaginette sacre, piccoli loculi e nicchie simili a vecchie cucine, dove spezzoni di ossa, e teschi aspettano la carezza che li eleggerà fidati intermediari con l'Eterno.

Laggiù, anche le donne di Pignon-Ernest, come i corpi volanti di Chagall, sembrano pronte a staccarsi dalle loro lamine di alluminio, superare i muri, e unirsi alle animelle in marcia lungo Vico del fico al Purgatorio ad Arco, che è continuazione dei sotterranei della chiesa e via d'uscita per il passaggio che separa i vivi dai trapassati.

L'antica stradina, cambiando nei secoli vari nomi, da Vico Salvonato a Vico dei Rota a Vico degli Offieri, dal 2012 è anche vicolo d'arte, da quando lo scultore Lello Esposito ha donato alla città uno dei suoi sorprendenti Pulcinella: un'opera in bronzo sistemata all'imbocco del Vico, a un passo dalle stese, dalle bombe intimidatorie, dagli omicidi. Da allora, chi arriva al cospetto della maschera che più ci rappresenta, si ferma, tocca, sfrega quel naso furbescamente adunco e, aspirando forse anche odori di santità, lo fa più lucido della mano e del piede di San Giuseppe Moscati della chiesa del Gesù, perfino più levigato dei teschi di bronzo a guardia della Chiesa delle capuzzelle.

Senza tregua, a frotte, sotto giganteschi grappoli di peperoncini-corni che pendono dall'alto del vico, i turisti si mettono in posa, scattano selfie, e strofinano, ignari di essere entrati in un luogo abitato da silenziose presenze in transito fino al sipario d'aria che divide la vita dalla morte. Nel tratto finale, Vico del fico al Purgatorio ad Arco, prima di confluire in via San Biagio dei Librai, si fa più scuro. E' là, sull'anta di un portone rosicchiato da tarme e incendi, che compare una scritta: Nun t'avvelì. Ammonimento saggio per questa città, ma ancora una volta misterioso. Non si capisce se vale per i vivi o per i morti.
Venerdì 19 Aprile 2019, 17:01
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