Manovra, Iva più cara
e sgravi per i neoassunti

Mercoledì 8 Marzo 2017 di Andrea Bassi e Luca Cifoni
Manovra, Iva più cara e sgravi per i neoassunti

Roma. Rompere il tabù renziano dell'aumento dell'Iva. Nei ragionamenti che si sono iniziati a fare tra Tesoro e Palazzo Chigi per ridurre i contributi previdenziali che pesano sulle buste paga dei lavoratori, c'è anche questo. La strada è impervia. Già una volta Matteo Renzi ha stoppato il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che voleva ritoccare l'imposta sul valore aggiunto per accontentare la richiesta di Bruxelles di correggere i conti per 3,4 miliardi di euro. Ma questa volta non si tratterebbe di un aumento secco delle tasse sui consumi, piuttosto di uno scambio. Ogni euro di Iva in più andrebbe ad alleggerire il cuneo fiscale pagato dalle imprese e dai lavoratori. Del resto questa sarebbe l'unica strada per dare un certo peso alla proposta lanciata dal premier Paolo Gentiloni di ridurre le imposte sul lavoro. Gli sgravi concessi solo ai neo assunti, che resta l'ipotesi principale sulla quale i tecnici si sono concentrati per ora, ha il vantaggio di costare poco: 1-1,5 miliardi di euro. Ma porta con se altri svantaggi. Il primo è che riguarderebbe una platea limitata di persone.

Il secondo è che, se lo sgravio fosse ancora una volta limitato nel tempo, rischierebbe di mettere in concorrenza i lavoratori assunti con la decontribuzione legata al jobs act, i cui incentivi scadranno nel 2018, con i nuovi lavoratori incentivati. C'è poi l'ipotesi più «hard» di ridurre i contributi fino a 5 punti, per tutti i lavoratori dipendenti, anche quelli che già hanno un impiego. Il costo dell'operazione è notevole: 12,5 miliardi di euro. Ed è qui che entra in ballo l'Iva. L'attenzione si concentra su un incremento di 3 punti dell'aliquota ridotta del 10%. Le clausole di salvaguardia inserite in bilancio due anni fa e disinnescate per il 2017 con la manovra approvata lo scorso autunno prevedevano per quest'anno che il livello del 10 venisse alzato al 13 e che l'aliquota ordinaria del 22% cento fosse invece portata al 24 quest'anno e al 25 nel 2018. Scongiurando l'aumento, la legge di bilancio in realtà lo rimandava tutto intero al prossimo anno, dunque tre punti in più su entrambe le aliquote; in più aggiungeva un'ulteriore scatto dello 0,9 per cento su quella ordinaria dal 2019. Dunque ora il governo potrebbe bloccare l'incremento dal 22 al 25%, lasciando invece scattare quello dal 10 al 13. Il maggior gettito stimato è di circa 7 miliardi; ne resterebbero comunque da trovare altri 12,3 per congelare ancora l'aliquota ordinaria.

L'Iva al 10% si paga su una serie di prodotti alimentari (dalla carne al pesce ai salumi) sui biglietti di treni aerei e autobus, su quelli di cinema e teatri, sull'energia elettrica, sui farmaci, sulle consumazioni al bar e al ristorante e sulla spesa per gli alberghi. Voci abbastanza sensibili, anche se un aumento potrebbe essere presentato come una attenuazione di un'agevolazione che comunque resta in piedi. Di sicuro l'operazione - se impostata come scambio con il taglio del costo del lavoro - sarebbe assolutamente gradita agli organismi internazionali come la Ue e l'Ocse che in quasi tutti i loro documenti, compresi quelli più recenti relativi al nostro Paese, caldeggiano una riduzione del prelievo sulle persone e sui fattori produttivi compensato da un inasprimento di quello sui consumi (e sulla proprietà). Ben prima di quello dell'Iva potrebbe scattare un aumento delle accise sulle sigarette che frutterebbe circa 200 milioni di euro contribuendo così alla correzione da 3,4 miliardi. Per i fumatori l'effetto sarebbe di 10-20 centesimi a pacchetto.

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