Viaggio in Togo per la vita | Giorno 10. La storia di Grace

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di Nunzia Marciano

Grace ha 16 anni. I capelli sono cortissimi, i lineamenti pronunciati ma sottili, i tratti del suo viso e del suo corpo sono rigidi ma femminili. Grace ha dei grandi occhi, scuri naturalmente, da cui esplode la sicurezza in quello che sta facendo, ossia correre e tirare calci ad un pallone. Lo fa bene, lo sa fare. Grace ha anche un meraviglioso sorriso quando si allontana dal campo sostituta dal mister per avvicinarsi e lasciarsi scattare delle foto, selfie compreso. Grace è l’unica femmina in mezzo a più di trenta tra ragazzini e uomini, ma questo non la scompone neppure un po’, anzi: la differenza tra lei e gli altri non si nota chissà quanto e non si noterebbe affatto se non fosse che le sue forme da ragazzina stanno cedendo il posto a quelle da donna. Ma per il resto Grace è esattamente come i maschi con e contro, cui gioca a calcio sul campo regolamentare di Afagnan, l’unico della zona per molti chilometri, l’unico dove ci si allena seriamente per partecipare ai tornei.
 
 


A raccontarlo nel primo pomeriggio di un sabato d’Africa è Federic, l’allenatore. Ha tra i 40 e i 45 anni (qui non è mai semplice prenderci con l’età) e da 18 allena i ragazzini ad Afagnan; restano con lui per 8 anni durante i quali giocano vari tornei: “Uno è arrivato a giocare nella serie A turca”, racconta con orgoglio prima di partire ad elencare i nomi di tutti quei calciatori figli dell’Africa e ora famosi. “Sono felice di poter aiutare questi ragazzini, lo faccio con tanta passione”. I ragazzini hanno tra gli 11 e i 16 anni e poi ci sono quelli più grandi: “Più piccoli non andrebbero bene, non capirebbero i valori di questo sport e la dedizione che occorre”. Parla in inglese Federic, lo insegna a scuola ed è facile comunicare. Ha creato lui APFA- AFRICA PRO FOOT ACCADEMY of Afagnan. I ragazzini guardano incuriositi il gruppo di italiani che fa da pubblico ai loro allenamenti: si esibiscono in una serie di palleggi mettendosi in mostra. Alcuni sembrano essere nati con il pallone attaccato ai piedi. Uno ha la maglia N. 10 di Messi. A pensarci anche Grace ha la maglia N. 10 ma senza nome: sarà il 10 di Grace. La partita comincia ma è impari: i ragazzini giocano contro quelli molto più grandi di loro. “È per abituarli”, spiega il mister. Comunque sia, la differenza d’età non pare essere un problema: i più piccoli segnano come e forse anche più dei grandi. “Ma non hanno le scarpe?”, chiede Roberto. In effetti molti di loro giocano senza, a piedi nudi e giocano bene. Ma Roberto ci mette 10’ a tornare alla maison e portare al campo le 5/6 paia di scarpe dategli da Facciuto, oltre a qualche maglietta e ad tracolla della Vespa: “Non sono da calcio, ma meglio di niente”. I volti dei bimbi si illuminano e Federic ringrazia per loro. Qui si ringrazia per ogni cosa, un po’ come si saluta in ogni angolo. L’educazione africana dovrebbe essere da monito per quella italiana, per certi versi.

I ragazzini che non fanno parte della squadra si raggruppano a bordo campo per guardare e tra loro ne arriva uno che col calcio sembra proprio non avere nulla a che spartire. Si chiama Victor, ha 14 anni e ha tra le mani un elicottero con elica funzionante in polistirolo. L’elica fatta con un ramoscello d’albero, gira grazie all’energia prodotta da una pila collegata con dei cavi ad un motorino. L’ha costruita lui e sembra non essere nemmeno troppo orgoglioso del suo ingegno, quasi come se per lui fosse normale. E in effetti è probabile che lo sia. Qui è la necessità che aguzza l’ingegno di chi, adolescente, sa perfettamente che nessuno gli regalerà mai un elicottero e allora decide di farselo da solo. È quasi scontato il paragone con l’ingegno di chi invece ha già tutto ed è scontato di chi sia la vittoria. L’Africa è una terra speciale da tanti punti di vista è tra questi c’è la straordinaria e vera capacità di adattarsi alla vita difficile, di affrontarla senza aggirarne gli ostacoli ma costruendoci su un elicottero elettrico.

Straordinaria come straordinario è vedere l’impegno dei ragazzini su questo campo, su cui mettono i loro sogni e le loro immense speranze. “Magari qualcuno diventa famoso...”, pensarlo è bello. Sarebbe bello se qualcuno di loro ci riuscisse davvero. Nella notte delle stelle appena trascorsa, è facile immaginare quali possano essere i sogni dell’Africa, del Togo e di Afagnan. Sono sogni diversi da quelli di chi vive nella oramai famosa parte giusta del Mondo, dove i sogni sembrano così piccoli a confronto eppure sono sogni ugualmente e spesso sono altrettanto irrealizzabili. L’aria sul campo è piacevole, l’ombra regala frescura e i bambini intorno coinvolgono nei calci al pallone. Al gruppo di Bianchi italiani si è unita anche Marie: ha 30 anni, è divorziata e ha due figli. “No, nessun marito e nessun uomo”. Marie ha la sua bottega proprio di fronte all’ospedale. È gentile ed affabile ma in lei traspare chiaro il fine di ricevere “regali”. Non è sbagliato ma se fosse palese, sarebbe più onesto. È Germana a tradurre la sua richiesta: “Dice se quando te ne vai le regali il suo telefono. O se gliene regali un altro”. Al gruppo si aggiungono Fausto e Ida. Ora l’equipe è al completo. “Qui si ha una netta sensazione di impotenza”, commenta Roberto. L’impotenza di cui parla fa il paio con la mancanza di volontà e di cambiamento sottesa alla vita in Togo. Non sono felici qui, non come si intende la felicità in Italia, almeno. Sono rassegnati. Ecco cosa sono. Vedono il destino che li aspetta e non fanno nulla per cambiarlo. Ma non sono felici.

Succede anche in Italia, solo che in Africa si giustifica. In Italia no, non si può. Le ore fuori dall’ospedale scorrono più lente. A cena Germana dice di aver anticipato lei i soldi per una donna di 30 anni bisognosa di accertamenti che non poteva permettersi: “So che tu hai dei soldi e così...” Così ha fatto bene. A questo servono quei soldi. Anche la notte scorre lenta il sabato mentre il mattino inizia alle 6. E non inizia nel migliore dei modi, almeno per chi si sarebbe volentieri risparmiato i canti e i balli di una setta confinante. Alle 6 del mattino di domenica. Roba che a farlo in Italia come minimo scattava la rissa. Ma questa è la tradizione africana che fa il paio con quella di far durare circa 3h una messa, in francese, a cui solo Germana prende parte in rappresentanza di tutti. È domenica, è il giorno di Dio. Ma è anche agosto, ed è giorno di mare. Ad accompagnare i missionari stavolta è Antoine. Ecco, lui guida bene. Va piano ma guida bene. La destinazione è Aneho, a metà tra Afagnan e Lomè. È bellissimo qui. Sulla spiaggia ci sono gruppo di africani. L’accompagnatore spiga che si tratta di “animisti” che fanno cerimonie con gli animali. La conferma arriva dalla carpetta sgozzata che si intravede sulla spiaggia. I bambini sono bellissimi, hanno segni sul viso dipinto e seguono il gruppo di italiani salutando in un corretto francese. Il ristorante sul tragitto ospita un compleanno: gli invitati sono vestiti tutti nello stesso modo e il banchetto sembra ricco e rallegrato da musica francese. Il mare oggi è molto agitato e per poco non se ne resta travolti.

Ma l’Oceano Atlantico è spettacolare. È immenso e perdersi guardandolo è facile. La spiaggia è immensa allo stesso modo e si gode di un sole caldo ma non fastidioso, che abbronza e ci si sente quasi vacanzieri schiacciando un pisolino sotto le grandi palme. Si ascolta il silenzio dell’Africa qui. Un silenzio che qualche centinaio di metri prima è interrotto alla musica che proviene dai ristoranti e dai bar. Deve essere un luogo di simil villeggiatura. Le ore scorrono lente anche qui. Qui non c’è fretta. Qui l’Oceano suggerisce le parole. E il suo rumore sovrasta quello dei pensieri. Qui non c’è un tempo. In Africa non c’è quasi mai un tempo. E forse è questa la loro apparente salvezza. 


 
Domenica 12 Agosto 2018, 16:18 - Ultimo aggiornamento: 13 Agosto, 11:52
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