Michela Giraud, attrice e autrice: «Niente ostacoli di genere. Ho scelto la comicità perché è democratica»

Mercoledì 28 Ottobre 2020 di Michela Giraud

Ottobre 2020: panico, chiusure di esercizi commerciali, mascherine, ma nel compenso un bel sole caldo. Non esattamente un periodo roseo per nessuno, ma ancor peggio per i megalomani narcisi che non possono fare altro che sfogare le proprie ansie mascherandole da battute sagaci: non sto parlando dei giornalisti (lasciate in pace Andrea Scanzi per questa volta), ma del mondo dello spettacolo. Sono tempi duri per fare il mio mestiere e, peggio, per essere una standupcomedienne. Sì, perché di questi tempi la distinzione di genere non è consigliata, è d’obbligo. Il 2020, o meglio quello che amo definire il 2019s, oltre a essere l’anno della Tragedia è anche l’anno della questione “femminile” (quale non lo è?). Che di per sé, comunque è una tragedia. Ma andiamo con ordine. Io sono Michela Giraud, ho 33 anni, sono laureata in storia dell’arte, diplomata come attrice, ho un master in drammaturgia e sceneggiatura presso l’accademia Silvio D’amico di Roma, da cinque anni scrivo e interpreto i miei monologhi di standupcomedy, recito sia nei film che in molti sketch sul web (di alcuni dei quali sono anche autrice), ho condotto l’ultima edizione di CCN Comedy Central news, ho vinto tre premi tra cui il Premio della Satira Forte Dei Marmi ed è anche uscito un libro TEA - Storia quasi vera della prima Messia, di cui sono co-autrice con Daniela Delle Foglie, Serena Tateo e Laura Grimaldi.

Mi fermo qui sia perché la mia carriera in questa sede non è interessante, sia perché mia nonna Maria Teresa diceva sempre “chi si loda si sbroda” e se fosse stata viva per vedermi salire su un palco usando reiteratamente la parola “Cazzo” e “GianLorenzo Bernini” nella stessa battuta, sicuramente ne avrebbe sofferto: prima per la parolaccia, poi perché non aveva potuto studiare in quanto donna e quindi non aveva idea di chi fosse Gianlorenzo Bernini. Vi chiederete dove voglio andare a parare: tranquilli, ci siamo quasi. In sintesi diciamo che in questi ultimi cinque anni ho fatto molte cose, sia per lenire il vuoto di una vita di insuccessi (dieci anni di danza in ultima fila, una carriera da chitarrista metal mai iniziata, un tentativo maldestro di diventare skipper perché mio padre era ammiraglio ma io in barca a vela vomitavo) sia perché sono sempre stata mossa dalla profonda esigenza di raccontare storie in modo libero, nel rispetto di me stessa e dell’intelligenza delle persone a cui mi rivolgo. Un pubblico arguto, capace ma soprattutto libero. Sono stata molto fortunata, forse brava, sicuramente tenace, fatto sta che nell’ultimo anno ho avuto il piacere di incontrare molte persone e rilasciare molte interviste attraverso le quali trapelava spesso un comune denominatore: «È difficile fare ciò che fai (qualsiasi attività, dal manovale all’ingegnere edile, che escluda la maternità) nonostante tu sia una donna». Ebbene sì, parliamone. The Elephant in the Room. Sono una donna. Non che me ne vergogni, anzi. Sopprimere la mia femminilità sarebbe ipocrita e non è una lagna, il fatto che io sia una donna è inequivocabile. Tuttavia io non sono “solo” una donna.

Da quando ho iniziato a recitare e a fare standup, essere una donna non è mai stata una discriminante, ho dribblato questo pregiudizio come Deborah Compagnoni in discesa libera, senza preoccuparmene, la mia motivazione non mi ha mai permesso di mettermi in discussione. Molte delle interviste che ho rilasciato, tuttavia, passavano comunque attraverso stereotipi o etichette, talvolta si è addirittura cercato di virare le mie dichiarazioni verso allusioni a interventi maschilisti ai miei danni, riducendomi obbligatoriamente a “vittima”, come se un gruppo di colleghi si fosse fisicamente interposto tra me e il palco impedendomi di salirvi, o come se ci fossero costantemente delle torbide avanches, magari! almeno ci saremmo divertiti di più. Come se non bastasse, ci sono stati anche commenti sul mio orientamento sessuale chiedendomi spesso se fossi lesbica (avessi potuto scegliere mi sarei risparmiata una manica di inetti), o dovendo necessariamente categorizzare il mio fisico come: «Michela possiamo definirti curvy?». No, santoiddio non puoi definirmi curvy, dammi della cicciona, mi fa sentire più intellettualmente rispettata. Come quando una autrice mi invitò a un programma televisivo per parlare non del fatto che avessi presentato uno show tutto mio ma del fatto che nonostante come attrice non avessi delle forme canoniche vivessi questa cosa senza farne una tragedia. Le risposi con ironia, ringraziandola per avermi invitata in tv a parlare dei mio “brutto male” ovvero avere una taglia 46 e che nonostante questo enorme limite facessi delle cose assurde, come ad esempio uscire di casa senza vergognarmi. Come ho fatto a non mandarla a quel paese? Semplice, usare l’ironia fa parte del mio lavoro, se la gente se lo ricordasse non punterebbe sul sapere ciò che mangio e con chi vado a letto. Che comunque lo sanno tutti che sono pasta e salumi. No, non vado a letto con i salumi. Intendiamoci, non voglio gettare un manto rosa sul mio ambiente di lavoro, che come tutti è impervio di ostacoli: invidie, atteggiamenti infantili, molestie, bullismo, malelingue perpetrate da soggetti cresciuti con una mentalità piccolo borghese che crede che criticare possa automaticamente innalzare sé stessi. Ma quello non è maschilismo, è essere dei poveracci, categoria tra le altre cose unisex. Con questo non voglio sottovalutare il problema del maschilismo, stratificato da secoli di predominanza maschile, ma credo che il maschilismo in quanto tale si abbatta con il superamento del concetto stesso. Bisognerebbe infatti valutare le persone per quello che fanno, per quello che pensano, per ciò che dicono, non per il loro genere. Spesso leggo storie di “empowerment al femminile”, “potere alle donne”, “ragazze toste”, come se tutte le donne che riescono a ottenere un risultato nella società, uno qualunque, fossero delle miracolate, un’eccezione. Ma perché? Una eccezione rispetto a chi? Ho sempre pensato che il posto di lavoro si ottiene per quello che sai fare, per questo ho scelto la comicità, perché è la forma più inoppugnabile di democrazia che io conosca. O fai ridere o non fai ridere. La comicità è come la matematica, prevede uno spiazzamento, un “incidente di percorso” rispetto a una linea retta, la comicità ti spiega perché 2 + 2 può fare 5, e alla fine ti convince pure, e non c’entra se sei maschio o femmina, c’entrano le tue abilità, e questa è la più grande forma di libertà, ciò che ci dona la dignità non di uomini o donne ma di esseri umani.

*Attrice, autrice, standup comedienne

Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 11:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA