Mobilità, le risorse ci sono: bisogna attiverle

Mercoledì 14 Ottobre 2020 di Roberta Amoruso e Andrea Bassi

La domanda alla quale rispondere, potrebbe suonare più o meno così: come si finanzia una rivoluzione? Già perché sul principio della “decarbonizzazione” il consenso è unanime. Ma la sfida, anche da un punto di vista finanziario, per attuare la transizione da un’economia basata sul carbon fossile ad una basata sulle fonti rinnovabili è a dir poco epocale. E ciò riguarda anche l’Italia. E in questa rivoluzione, il tema della mobilità è probabilmente quello centrale. Non solo. È anche in continua evoluzione, rendendo meno semplice tenere il passo di un processo che talvolta sopravanza progetti considerati avveniristici fino al giorno prima. Basti dire che mentre le città iniziano a riempirsi di monopattini, biciclette, motorini e auto elettriche, all’orizzonte già si intravvede la nuova-vecchia frontiera dell’idrogeno. Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, uno dei manager più attivi su questo fronte, ha già indicato la strada. Nei prossimi cinque anni il prezzo dell’idrogeno scenderà dagli attuali 5-6 dollari al chilo a 2 dollari. E allora diventerà competitivo. Inizieremo a vedere camion a idrogeno camminare sulle nostre strade? Probabile, sempre che nel frattempo altre soluzioni non si siano imposte. In ogni caso, la Germania ha già deciso di uscire da carbone e nucleare e puntare fortemente sulla nuova frontiera. In Italia, per ora, esiste un’unica colonnina di ricarica per l’idrogeno, a Bolzano Sud. Ma è anche vero che l’innovazione tecnologica ha ormai raggiunto dei ritmi di sviluppo rapidissimi.

Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, sta preparando il nuovo piano industriale del gruppo elettrico. In un recente forum ha parlato della possibilità di sviluppo senza limiti “fisici” delle energie rinnovabili. E senza limiti di investimento. L’industria privata, insomma, è pronta alla sfida. Ma nei prossimi anni le risorse potrebbero non essere un problema neppure sul versante pubblico. Almeno il 37% dei 209 miliardi del Recovery Fund che l’Italia è chiamata a spendere per rilanciare l’economia deve andare al green, e dovrà guardare in maniera consistente alle infrastrutture e alla mobilità sostenibile.

LA ROADMAP

Le linee guida presentate dal governo prevedono specifici richiami alle infrastrutture per la mobilità, come il potenziamento della rete stradale e autostradale e alla mobilità pubblica e privata ad impatto ambientale sostenibile. Insomma, è possibile che il Recovery Fund permetterà un miglioramento della rete stradale, una futura integrazione tra i veicoli e l’ambiente circostante e nella probabile incentivazione della mobilità elettrica. Nel lunghissimo elenco di progetti presentati dai ministeri al Ciae, il Comitato interministeriale per gli affari economici, che si occupa di scremare le proposte, oltre 90 miliardi riguardano infrastrutture e soluzioni per la mobilità sostenibile. Ci sono investimenti pesanti destinati all’Alta velocità e alle colonnine di ricarica elettriche, gli incentivi all’acquisto di auto non a combustione, il rinnovo della flotta di autobus del trasporto pubblico locale. Solo quest’ultima, secondo un documento di Astra depositato in Parlamento durante un’audizione sul Recovery, serviranno non meno di 9,5 miliardi. Soldi che dovrebbero essere trovati all’interno delle risorse europee. Alle quali però, si potranno sommare anche i finanziamenti della Bei, la Banca europea degli investimenti. Come del resto già avvenuto per la nuova tratta ad Alta velocità Napoli-Bari che, con 2 miliardi di euro, ha costituito il maggior contributo dato a una singola infrastruttura dalla Bei.

I fondi, insomma, non sembrano essere la preoccupazione principale in questo momento. Ma va disegnato un progetto organico per il Paese, con un quadro normativo chiaro che coordini pubblico e privato. Una passaggio indispensabile, questo, anche per sfruttare al meglio le risorse a fondo perduto e i finanziamenti promessi da Bruxelles. Finora tra i due cicli di programmazione 2007-2013 e 2014-2020, gli investimenti pubblici del Paese nel sistema trasporti sostenibili supera i 55 miliardi distribuiti tra oltre 5.000 progetti, secondo i dati di OpenCoesione, l’iniziativa di open government sulle politiche di coesione in Italia coordinata dal dipartimento per le politiche di coesione della presidenza del Consiglio dei ministri. Un pacchetto corposo che vede archiviato solo il 10% dei dossier, a fronte del 7% nemmeno avviato e dell’80% in corso. Numeri che fotografano bene come la macchina delle infrastrutture del Paese abbia ora più che mai bisogno di un’accelerazione. Nel dettaglio, guardando al ciclo di programmazione più datato (2007-2013), soltanto il 18% dei lavori su un costo pubblico totale di 27,6 miliardi, risulta concluso. Passando poi al capitolo successivo, si scopre che dei 27,8 miliardi di ulteriori investimenti messi in campo, soltanto l’1% risulta concluso, mentre il 14%, meno di 4 miliardi, sono i lavori già avviati. Davvero troppo poco. Anche per progetti “pesanti” come quelli infrastrutturali, sia pure tagliando certi tempi morti cui dovrebbe servire, almeno nelle intenzioni, il decreto Semplificazioni varato dal governo.

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LE SCHEDE

Il Recovery Fund come potente acceleratore della mobilità sostenibile del Paese. È questa la scommessa dei prossimi mesi. Non ci sono in gioco soltanto infrastrutture cruciali altamente sostenibili come l’Alta Velocità Napoli-Bari con un pezzo dei 6 miliardi sul tavolo che potrebbero passare a Bruxelles. C’è anche il rinnovamento del parco veicoli e delle flotte aziendali, gli incentivi per la logistica cosiddetta di ultimo miglio per le merci, fino a un nuovo disegno green per gli spostamenti nelle aree metropolitane. Ma non contano solo le risorse. Serve un coordinamento di sistema, che parta dalle linee guida del governo e veda protagonisti Regioni e Comuni. Per coordinare le iniziative private e fare in modo che le piattaforme intermodali siano compatibili tra loro, che possano parlarsi. Per «rafforzare il posizionamento di tutti gli attori dell’ecosistema della mobilità (automotive, trasporti, new mobility, compagnie assicurative, energetico), e avviare la transizione» serve «agire su due direttrici con protagonisti pubblico e privato», per Andrea Poggi, DCM Clients & Industries Leader di Deloitte: «Le istituzioni devono ripensare il quadro legislativo, dare certezza normativa alle nuove forme di mobilità urbana, favorire l’integrazione dei servizi di mobilità pubblica con quelli privati, veicolando gli stimoli del Recovery Fund». E poi «va affidato ai privati il compito di essere il volano dell’innovazione».

RECOVERY FUND: Città e Alta Velocità, un impegno da 90 miliardi

Si va dai 2,5 miliardi dell’Alta velocità Napoli-Bari (6 anni) con incremento della capacità della linea (da 4 a 10 treni/ora), solo un capitolo del potenziamento ferroviario, fino al Piano per il Trasporto pubblico locale (12,5 miliardi). Ci sono investimenti per oltre 90 miliardi tra le 550 proposte inerenti al Recovery Fund, inviate dai vari Ministeri e da altri Enti al Ciae. Un pacchetto da razionalizzare prima dell’invio all’Ue. Incentivate anche nuove forme di micromobilità, dai monopattini alle piste ciclabili (il Piano ciclovie vale 1,2 miliardi). In prima linea anche la riconversione del trasporto su gomma (mobilità a idrogeno per le navi, 3 miliardi), fino alla realizzazione del Piano nazionale cold ironing (1 miliardo) dei porti e alla riconversione della flotta navale in chiave ambientale (1,5 miliardi a cui si aggiungono i 3 miliardi per le navi a idrogeno). La scommessa è anche per Infrastrutture moderne con la conversione delle infrastrutture esistenti in smart road. Sul tavolo anche progetti sperimentali come il corridoio verde del Brennero. In prima linea anche i treni a idrogeno e il rinnovo dei mezzi per il trasporto merci (1,2 miliardi).
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FONDI EUROPEI: Il 20% delle risorse su trasporti e reti Via al nuovo round

Secondo i dati di Opencoesione, i programmi Ue 2014-2020 destinati ai trasporti ammontano al 20% del totale: 9,3 miliardi sui 46,5 di costi pubblici previsti per l’Italia. Gli interventi più importanti in termini economici sono il Raddoppio della Palermo-Messina (sul costo di circa 1,5 miliardi, 105 milioni arrivano dall’Ue), due tratte della Napoli-Bari (su un costo di 1,4 miliardi, circa 240 milioni dall’Ue) e il nodo ferroviario di Palermo (765 milioni, di cui circa 14 milioni dall’Ue), o la metro di Catania (su 400 milioni, 320 vengono dall’Ue). Poi c’è la Agrigento-Caltanissetta (680 milioni) che sfrutta il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), o velocizzazione della Catania-Siracusa (su 82,6 milioni 55 milioni vengono da Bruxelles). Per la mobilità urbana, la Ue ha stanziato attraverso i Fondi strutturali e di investimenti europei (Fondi Sie) 16,3 miliardi per il 2014-2020 in Europa. Una cifra da arrotondare con le risorse del Meccanismo per collegare l’Ue (MCE). Ma la Corte dei Conte Ue ha già avvertito: «I Comuni che non hanno un piano valido di mobilità urbana sostenibile non dovrebbero più ricevere finanziamenti Ue».
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BANCA EU INVESTIMENTI: Bei, all'Italia il 17% dei prestiti Ue. Via alla Napoli-Bari

La Banca europea per gli investimenti ha un ruolo cruciale nel sostegno alla strategia europea per la sostenibilità secondo la rotta segnata dall’Agenda 2030 dell’Onu. In particolare, metà dei finanziamenti 2019 accesi dalla banca su infrastrutture di trasporto (5,5 su 10,5 miliardi), sono stati destinati a progetti sostenibili applicati a mezzi di trasporto tradizionali. Tra questi i nuovi traghetti a Venezia, la circumvesuviana di Napoli, i porti di Trieste e Ravenna, ma anche sulle colonnine di ricarica per auto elettriche. Di fatto, secondo le stime Bei i finanziamenti 2019 fatti nell’Ue hanno attivato 630 milioni in più di viaggi/passeggeri all’anno. Quanto all’Italia, il 2019 ha visto attivare solo 511 milioni, contro una media standard che si aggira sul 17% del totale delle operazioni Bei in Europa. Ma il 2020 sarà ben più promettente grazie al contributo sostanzioso della nuova linea ad alta velocità Napoli-Bari (2 miliardi sul costo totale dell’opera di 6,2 miliardi). Finora la Bei ha impegnato 5,9 miliardi in Europa tra trasporti e progetti urbani. Ma mancano ancora i tre mesi più intesi.
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GOVERNO ED ENTI: dal Mit 12 miliardi per rinnovo bus e sostegni alla metro

L’obiettivo è trasferire gli spostamenti dell’utenza dal trasporto privato al trasporto pubblico. Dunque le misure del Mit puntano oltre che al potenziamento di infrastrutture e mezzi di trasporto, anche ad orientare verso l’innovazione tecnologica e alla sostenibilità ambientale. Due le strade seguite: il Piano strategico nazionale della mobilità sostenibile (da 3,7 miliardi), finalizzato al rinnovo del parco autobus per i servizi di tpl e regionali, che prevede il finanziamento di autobus ad alimentazione alternativa (elettrica, idrogeno, metano) e relativa rete infrastrutturale (ad esempio, impianti di ricarica) in modo da consentire nel tempo la completa sostituzione dei mezzi attualmente in circolazione, ormai al limite della loro vita utile, con veicoli a basso impatto ambientale. Ma anche i finanziamenti per il trasporto rapido di massa (8 miliardi), rivolti alle città con più di 100.000 abitanti, tra metropolitane, tranvie e filovie. Il ministero dell’Ambiente ha lanciato il progetto sperimentale casa-scuola casa-lavoro in 81 comuni per complessivi da 164 milioni.
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BORSA E MERCATO: la scommessa ora su idrogeno e colonnine

Secondo l’Electric Vehicle Outlook 2019 a cura di BloombergNEF entro il 2040 viaggeranno cinquecento milioni di veicoli elettrici per uso privato e quaranta milioni per uso commerciale nel mondo. In un quadro in cui oggi i trasporti incidono per circa un quarto delle emissioni di CO2, la lotta globale contro il cambiamento climatico è la priorità in Europa. E un ruolo centrale in Italia sarà giocato dalla spinta del mercato all’innovazione. In prima linea i player dell’automotive, come Fca che ha appena inaugurato un impianto pilota che assicura lo scambio bi-direzionale dell’energia immaginando l’auto anche come stock dell’energia elettrica. Un tema molto caro a società nel settore energy, come Enel, Snam ed Eni. Enel X ha raggiunto 50.000 punti di ricarica in Europa e toccherà circa 736.000 punti di ricarica pubblici e privati nel mondo entro il 2022, dai 130mila attuali.Enel come Snam crede nell’idrogeno verde, Eni punta sullo stoccaggio dell’anidride carbonica. Intanto Sace metterà a disposizione 2,5 miliardi di garanzie per le imprese che puntano sulla mobilità sostenibile.
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Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA