Antonio e Carlo un esempio di “normale” solidarietà

di Piero Sorrentino
Lunedì 26 Febbraio 2024, 00:00 - Ultimo agg. 06:00
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Il 2 gennaio 2007 uno studente di venti anni, sopraffatto dalle convulsioni, incespicò e precipitò sui binari della metropolitana di New York. Quando, al fondo di una galleria, apparvero i fanali anteriori di un treno in arrivo a tutta velocità, Wesley Autrey, un muratore cinquantenne, saltò sui binari piombando sul giovane senza sensi e schiacciandolo con il peso del proprio corpo in uno spazio tra i binari profondo circa 30 centimetri. Il macchinista frenò ma non in tempo utile per fermarsi, e cinque vagoni sfrecciarono sopra i due uomini, mancandoli di millimetri.

A parte un po’ di grasso sui vestiti e qualche livido, i due ne uscirono completamente illesi. Sui quotidiani del giorno dopo Autrey diventò “l’eroe della metropolitana”, i politici facevano a gara per farsi una foto con il muratore di mezza età, ma lui rilasciava sempre e solo una dichiarazione: «Non mi sembra di aver fatto qualcosa di spettacolare, ho semplicemente visto qualcuno che aveva bisogno di aiuto».

Lo hanno detto anche Antonio Piccolo e Carlo Sagliocco, napoletani tra i trenta premiati con le onorificenze al merito, l’altro giorno, dal Presidente della Repubblica Mattarella. I due, ideatori e fondatori della scuola calcio Arci Scampia di via Fratelli Cervi sono diventati commendatori della Repubblica «per aver offerto, attraverso la fondazione di una scuola calcio, un posto dove i giovani di Scampia si possono ritrovare e promuovere iniziative sociali».

«Quando l’ho saputo – ha detto Sagliocco – ho pensato che si possono ricevere encomi facendo cose normali, perché in realtà non facciamo nulla di straordinario. Oltre all’importanza dello sport trasmettiamo ai ragazzi valori umani per farli diventare cittadini onesti. Pazienza, impegno e fiducia in sé stessi».

A sentire questa infilata di parole normali – onestà, pazienza, impegno, fiducia – si rischia qualche vertigine, in una città dove quasi sempre la normalità è bandita oppure è derisa. Soprattutto se bisogna parlarne sul fronte della solidarietà. Lì funziona solo se la spari grossa per raccogliere un po’ di visibilità sui media o se abbini iniziative solidali a feste luccicanti in discoteca dove metti assieme un po’ di jet set locale – qualche attore, qualche politico, notabili sparsi e una manciata di influencer – e qualche sorta di raccolta fondi per generiche cause di aiuto internazionale, dall’Africa al sud America se ne trova sempre una adatta. Un articolo sui giornali, una infilata di storie su Instagram e avanti così, abbiamo placato la sete di altruismo e partecipazione civile. Ma se te ne stai zitto e buono a fare le tue cose su un campetto di pallone in un contesto dove tutto intorno la vita è spesso una fatica tremenda, ecco che sei immerso fino al collo in un’atmosfera che ti rende totalmente trasparente, non percepito, soldato di un piccolo esercito ignorato o addirittura scientemente escluso. Perché quelle attività pancia a terra non portano nulla, se non scocciature. Non drenano voti, non costruiscono consenso politico, non distribuiscono soldi a pioggia. Quella solidarietà normale – richiedendo un impegno gravoso e quotidiano di tutti, di lungo corso e di scarsissimo apppagamento nell’immediato – mette in luce come poche altre cose un punto debole: l’assenza di un sentimento collettivo di appartenenza a una città e quindi a un destino comune, quel sentimento che un tempo aveva la sua premessa tipica proprio nelle reti di mutua solidarietà che si creavano a partire dalla constatazione di una condizione di svantaggio o miseria che accomunava molti se non tutti. 

Adesso che le fratture della città si allargano e approfondiscono – lo scollamento tra ricchi e poveri, tra centro e periferie, tra garantiti e precari, tra chi ha avuto la possibilità di studiare e formarsi e chi s’è dovuto accontentare di una licenza media strappata coi denti e di qualche lavoretto a nero – quella solidarietà all’ombra di una politica sonnacchiosa e di una società indifferente assomiglia più a una spina fastidiosa nel dito che a una rosa profumata in giardino, perché segnala proprio con la sua esistenza a prescindere da tutto che oggi servono meno convegni pomposi quanto inutili, meno chiacchiericcio vuoto, e più consapevolezza delle nostre insufficienze e limiti, più coraggio nel tagliare i ponti con vecchie consuetudini e antiche pigrizie, più decisione nell’abbandonare linguaggi che non dicono più nulla, che sono solo una passata di cerone su un viso stanco di una città sballottata.