Università, Sud tagliato fuori dal bando per l'eccellenza

Mercoledì 18 Maggio 2022 di Marco Esposito
Università, Sud tagliato fuori dal bando per l'eccellenza

Un cattivo risultato di sette anni fa può bruciare qualsiasi chance fino al 2027. È l’effetto della meritocrazia in salsa italiana, la quale guarda al passato più che al futuro. A farne le spese è il sistema universitario meridionale e quindi, in prospettiva, l’intera società del Sud Italia: gli Atenei del Mezzogiorno sono stati in larga parte tagliati fuori anche solo dalla possibilità di iscriversi alla gara per selezionare i 180 dipartimenti universitari con progetti “eccellenti”, da finanziare in modo extra per il periodo 2023-2027. La materia è di quelle sfortunate, nelle quali appena si cerca di capire qualcosa spunta una sigla esoterica (una per tutte: Ispd, cioè Indicatore Standardizzato di Performance Dipartimentale). Ma è un peccato: si sta parlando di cose importantissime come la ricerca medica, quella sui nuovi materiali, sull’energia, la psicologia sociale e insomma tutto lo scibile umano. Tuttavia a occuparsene sono in genere siti specializzati (tra i quali si distingue per capacità d’analisi critica Roars.it).

La gara che si sta per aprire ha una borsa in palio di 1.355 milioni di euro, cui si somma il prestigio di rientrare tra i 180 Dipartimenti delle università statali «caratterizzati per l’eccellenza nella qualità della ricerca e nella progettualità scientifica, organizzativa e didattica» come spiega il ministero guidato da Maria Cristina Messa. Solo che per prendere parte alla gara, il Dipartimento deve prima aver superato una selezione dell’Anvur che ha due anomalie: la prima è che guarda (come inevitabile) i risultati del passato e in particolare la Vqr (Valutazione qualità ricerca) del 2015-19, peraltro neppure pubblicata; la seconda è che compara con un misterioso algoritmo (l’Ispd) i settori più disparati. Dall’Ispd risulta che il Dipartimento “Asia, Africa e Mediterraneo” dell’Orientale di Napoli è meno performante di quello di “Scienze e tecnologia del farmaco” dell’Università di Torino e nello stesso tempo ha una performance migliore del Dipartimento “Scienze Giuridiche, del Linguaggio, dell’Interpretazione e della Traduzione” dell’Ateneo di Trieste. Come dire: ti piace più il dolce, il colore rosso o il venerdì? 

C’è una evidente contraddizione tra la graduatoria unica di tutti i Dipartimenti, dalla quale spuntano i 350 ammessi al gran ballo per l’eccellenza, e il fatto che poi ciascun Dipartimento potrà partecipare a una corsa settoriale, con il sapere umano diviso in quattordici spicchi. In particolare, per le aree “Scienze della Terra” e “Scienze politiche e sociali” saranno finanziabili solo 5 Dipartimenti di eccellenza, per “Scienze fisiche” 8, 10 per “Scienze agrarie e veterinarie”, 11 ciascuno per “Scienze matematiche e informatiche” e per “Scienze chimiche”. Nell’area “Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche” saranno 12 i Dipartimenti di eccellenza, 13 quelli in “Ingegneria civile e architettura”, 14 in “Scienze biologiche”, 15 in “Scienze giuridiche”. Per l’area di “Scienze economiche e statistiche” saranno 18, 19 sia per “Ingegneria industriale e dell’informazione” sia per “Scienze dell’antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche”, mentre 20 saranno i Dipartimenti di eccellenza dell’area “Scienze mediche”. Alcuni Dipartimenti non potranno partecipare perché superati nella selezione dei 350 da Dipartimenti di campi culturali diversissimi. 

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In base a misteriosi indicatori, insomma, l’Anvur ha scelto i 350 Dipartimenti italiani che hanno diritto a gareggiare al bando del ministero dell’Università e della ricerca. Come prevedibile il Mezzogiorno, quando si guarda al passato, si trova nella posizione che conosciamo tutti: in ritardo. Per cui su 350 dipartimenti appena 55 (il 15,7%) sono di atenei meridionali, di cui 30 in Campania, per la metà della Federico II. In pratica una sola Università del Nord, quella di Padova, con 29 Dipartimenti potenzialmente eccellenti, pareggia le sei università statali della Campania. E nel resto del Mezzogiorno è il deserto: le tre storiche università siciliane (Palermo, Messina e Catania) si fermano a un Dipartimento a testa. Calabria a quota 4. Puglia a 6. Neppure una chance per le Università dalla Basilicata o del Molise, così come per quella tecnicamente meridionale di Cassino, anch’essa a quota zero.  

Si dirà: se un Dipartimento universitario ha ottenuto risultati mediocri nella qualità della ricerca nel periodo 2015-2019 probabilmente non farà nulla di straordinario per il 2023-2027. Spesso può andare proprio così. La politica però, e i fondi pubblici che ne sono la rappresentazione concreta, hanno come scopo nobile quello di incoraggiare il cambiamento, non di certificare lo stato delle cose e perpetuarlo. Invece in Italia si va avanti a piani quinquennali basati sul ritardo storico del Mezzogiorno per certificare che i fondi devono andare in larga parte al Centronord o, al massimo, a Napoli. Così però non si farà altro che allargare i divari e certificare con le prossime analisi dell’Anvur che nel Sud Italia in effetti ci sono sempre meno Dipartimenti universitari potenzialmente eccellenti.  

Facile immaginare l’obiezione: se si vuole promuovere l’eccellenza non si possono imporre gabbie territoriali. Eppure delle gabbie ci sono. Eccone un paio: nessun Ateneo può presentare più di 15 domande. Quindi Padova, che ha 29 Dipartimenti ammessi alla gara, deve autolimitare le sue eccellenze. E ancora: se un Ateneo ha un solo Dipartimento in corsa, vince anche con il “15 politico” (in un voto in trentesimi). Due scelte che, a rigore, fanno a cazzotti con il merito; però tendono a evitare un’eccessiva concentrazione di risorse presso pochissimi Atenei. Ecco: immaginare una norma che favorisca le Università del Sud che migliorano le proprie posizioni (magari da una Vqr all’altra) andrebbe proprio in questa direzione. 

Ultimo aggiornamento: 19 Maggio, 08:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA