Nessuna tregua alle baby gang ​ma il disagio non va trascurato

Venerdì 24 Gennaio 2020 di Antonio Mattone
Questa volta è stato superato ogni limite. Le immagini della baby gang che ha affrontato i poliziotti intervenuti per spegnere il falò di Sant’Antonio Abate, lanciando cassette della frutta, petardi e tutto quello che capitava sotto tiro, non si erano ancora viste. Mai fino ad oggi bande di ragazzini avevano osato affrontare gli uomini in divisa. Il furore violento si era sfogato verso immigrati anziani e clochard, tuttalpiù contro altri ragazzini indifesi o inermi passanti.

Tuttavia, bisogna andare oltre la sacrosanta indignazione e tentare di capire cosa passa per la testa di questa gioventù bruciata. Provo a farlo ragionando assieme a Ciro, un ragazzo che proviene da quel quartiere, uscito da qualche anno dal carcere che adesso fa il cameriere in un ristorante del Centro storico di Napoli. Subito va diritto al problema e mi dice che quegli adolescenti non accettano il fatto che in un rione dove tutto è illegale, tra spaccio, contrabbando, racket e prostituzione, dove non si vedono mai forze dell’ordine, proprio quando loro accendono il fuoco devono venire i poliziotti. «Certo – afferma deciso - io credo che questo modo di ragionare sia sbagliato ma è quello che pensano loro. Ci hanno messo settimane per accatastare la legna e in un attimo gli è stato tolto quello per cui hanno tanto faticato».

Anche Ciro da piccolo andava in giro a raccogliere le pedane di legno dai salumieri, le cassette di frutta e i rami secchi che venivano tagliati nell’Orto botanico e messi da parte dai giardinieri.

Era un gioco ma anche una tradizione molto sentita proprio nel quartiere che prende il nome dal Santo del fuoco, una memoria che abbraccia il sacro e il profano. Il discorso poi va a cadere sulla violenza, sull’uso dei coltelli. Il giovane è perentorio: oggi i ragazzini hanno i telefonini e niente è più filtrato, possono vedere di tutto. Soprattutto nei quartieri degradati, dove c’è un’alta dispersione scolastica e le famiglie disagiate tirano avanti tra stenti e attività illegali, le rappresentazioni di chi emerge con la prepotenza e la crudeltà sono l’unico modello vincente. E chi riesce ad imporsi diventa un mito e suscita un grande fascino. “Certe immagini di Gomorra vanno oltre la realtà, - mi dice – e non ti nascondo che talvolta ho provato un senso di nausea nel vederle”. La definisce una forma di fanatismo, cioè di autoesaltazione. Le rapine una volta si facevano per necessità, oggi per trasgressione. Perché i ragazzi portano un coltello in tasca invece di un pallone sotto al braccio? «Noi non vedevamo l’ora discendere da casa nella speranza di incontrare gli amici e fare una partita a pallone, oggi invece ci sono i gruppi whatsapp e subito si fanno gli appuntamenti, magari per marcare un territorio o per minacciare dei presunti rivali».

Allora capisco che si tratta di disagio, identità, marginalità sociale, uso distorto dei social, ostentazione di modelli violenti, un mix di motivazioni che si intrecciano tra loro. Insomma è un fenomeno complesso di cui si parla solo quando ci scappa il morto o avviene un fatto grave come il ferimento del povero Arturo. E si invocano fantomatici maestri di strada, scuole aperte di pomeriggio e d’estate. O all’opposto si richiedono misure estreme e nello stesso tempo inutili come l’abbassamento dell’età imputabile o l’allontanamento dei minori dalle famiglie. Poi una volta che si spengono i riflettori tutto passa nel dimenticatoio. Che fine ha fatto il documento dei minori a Napoli trasmesso dal Csm al Parlamento, come ricordava l’altro giorno Antonello Ardituro nell’intervista rilasciata a «Il Mattino»? Non ci sarebbe bisogno di un tavolo permanente per monitorare il fenomeno e prendere iniziative opportune come auspicava lo stesso magistrato?

Ciro intanto mi racconta che con i pochi risparmi messi da parte è stato ad Amsterdam per una breve vacanza, una città dove i tram sono in perfetto orario e non c’è la spazzatura fuori dai cassonetti come quella che vediamo mentre prendiamo il caffè a piazza San Domenico maggiore. Poi mi dice che è contento perché il suo datore di lavoro oggi gli ha fatto da garante alla banca per comprare a rate un motorino. «Sai – dice con orgoglio - non era facile per uno che ha i precedenti, ma lui ha avuto fiducia in me e ci ha messo la faccia». Allora penso che Napoli è un città matrigna che non è capace di prendere sul serio i suoi figli. E nel momento in cui mi viene un senso di vergogna di e di scoramento mi sussurra: «Ma sono ottimista, se ce l’ho fatta io non ce la possono fare anche questi ragazzi?»
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