Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Bellavista, il manifesto dell’ironia partenopea

Giovedì 18 Luglio 2019 di Pietro Gargano
Bellavista, il manifesto dell’ironia partenopea

Se ne è andato un altro grande vecchio della cultura democratica, popolare, uno di quelli che hanno spinto in libreria ondate di non-lettori, uno di quelli che si fanno capire. Non parlerà più Montalbano, non parlerà più Bellavista. Ma il gioco del paragone finisce qui, perché Andrea Camilleri è stato osannato dalla critica quanto Luciano De Crescenzo è stato trattato con la puzza al naso, anzi maltrattato. Entrambi avvinti alle radici, nonostante una consapevolezza acuta dei vizi della propria terra. Camilleri con lucidità tagliente, Luciano con tenerezza, mai rassegnato, eppure consapevole della necessità di uno sforzo comune per uscire dai guai. Dal nodo in gola filtrava un’ironia da gentiluomini meridionali.

Il mito di Bellavista nacque in un ascensore. In quella gabbia da saliscendi Luciano collocava molti aneddoti, a partire da quella volta che infilò nella cassetta una monetina da venti lire, l’unica disponibile, e la mamma disse: «Che hai combinato! E mo’ chissà cu chesta addò jammo». L’ascensore giusto invece l’aspettava a Milano. Si guastò, restò bloccato per mezz’ora, allora il napoletano era solo un ingegnere senza filosofia. Tra i compagni di claustrofobia, un dirigente della Mondadori. Luciano cominciò a lanciare battute e l’altro gli disse: «Perché non prova a scrivere un libro?». Così fu. Era il 1977. Così parlo Bellavista ebbe per sottotitolo “Napoli, amore e libertà.

BONTÀ DI COSTANZO
Il libro non decollò subito. Una sera a casa di Arbore - divennero amici quando scoprirono di essere fidanzati con la stessa ragazza, subito congedata - c’era un signore con molti chili sotto i baffi. Era Maurizio Costanzo, titolare di «Bontà loro», programma pioniere di chiacchiere in tv, di notevole successo. Luciano raccontò di aver appena pubblicato la sua opera prima, Costanzo lo invitò in trasmissione e mostrò la copertina del volume. Con amabile faccia tosta il futuro filosofo lanciò un referendum in diretta: «È meglio che faccia lo scrittore o che torni a fare l’ingegnere?». Fino a quel momento la storia amena di Bellavista aveva venduto meno di cinquemila copie. La risposta del pubblico: le portò a centinaia di migliaia e lo spinse a lasciare il lavoro d’ingegnere per fare in esclusiva lo scrittore. 

UOMO DI LIBERTÀ
La simpatia e l’aspetto gradevole moltiplicarono la popolarità. Luciano ebbe il tempo di frequentare le altre sue passioni, ad esempio la fotografia, dedicando a Bellavista una raccolta di immagini. Erano maturi i tempi di portare l’eroe socratico in una pizza di celluloide. Il film fu girato nel 1984 e non è mai ingiallito, tuttora spinge a sorridere e a riflettere. Ovviamente una delle scene si svolge in ascensore, in quel ristretto spazio De Crescenzo – professore di filosofia in pensione, napoletano e quindi uomo d’amore - scopre che il nuovo inquilino dottor Cazzaniga - milanese e dunque uomo di libertà - non è poi così male.

Gli attori, quasi tutti napoletani, sono di eccellente livello. La colonna sonora, napoletana, è intrigante e ripropoe la straordinaria Giulietta Sacco in «’A bumbunera mia». Alcune scene sono ben impresse nella memoria collettiva, Ad esempio quella del cavalluccio rosso con Riccardo Pazzaglia, altro grande amico. Stavano scrivendo insieme la sceneggiatura nella casa romana spalancata sul Colosseo quando Luciano disse: «Questa del cavallaccio devi farla tu». È un’intelligente rassegna di luoghi comuni, siamo assediati dai ladri, lo Stato è assente, bisognerebbe portare la pistola in tasca.

Memorabile la prova di bravura di Marina Confalone nel suo monologo davanti alla lavatrice che scorre («che te manca? E dillo ca nun vuò fatica’?»), in cui confonde fallocratico con fallopratico e, da femminista, rampogna il marito. E il banco lotto, la Cinquecento tappezzata di giornali, la finta di Maradona che squaglia il sangue nelle vene, il camorrista che invoca i duecentomila disoccupati della città, le poesia di Luigino («siamo angeli con un’ala soltanto e possiamo volare solo restando abbracciati»). La solita Napoli resa insolita dall’ironia filosofica, dunque sapiente. Il seguito, «Il mistero di Bellavista», non ebbe la stessa fortuna. 
Bellavista resta la saga di un nobile signore, appena un poco intriso di nostalgia, semplice e autentico, uno che non ha mai voluto imparare l’inglese per non essere fatto prigioniero. Un artigiano sapiente che sapeva sciogliere la complessità in parole povere. Un uomo libero in un tempo di schiavi. Aveva ragione a dire che «ognuno è meridionale di qualcuno».

© RIPRODUZIONE RISERVATA