Coraggio ragazzi, chi si accontenta (non) gode

Sabato 4 Luglio 2020 di Marilicia Salvia
Siamo sinceri: quanti di noi ci credevano davvero, alla favola dell’aggancio alla zona Champions? Alla storia della gloriosa cavalcata verso il quarto posto?

Dodici punti ripresi in un pugno di partite, avversari stesi uno dopo l’altro come birilli, un rullo compressore da record mondiale: e finchè si trattava di scavalcare la Roma passi, ma pensare che proprio l’Atalanta, la dea nata per stupire, l’incarnazione della nuova Grande Bellezza programmata per vincere e non solo per farsi amare si infilasse in un filotto di sconfitte, pensare che l’attacco più prolifico del campionato si inceppasse all’improvviso e irrimediabilmente, che quei velocisti da Olimpiadi così fulminei e resistenti da non sembrare veri (Zeman dixit) si fermassero di punto in bianco per far passare noi, davvero, chi ci ha mai creduto seriamente? Se c’era (e c’è) un modo di conquistarsi il diritto di partecipare al torneo più prestigioso e ricco anche il prossimo anno, diciamolo, questo modo era - e resta - mettere le mani sulla Coppa di quest’anno: impresa indicibile eppure statisticamente più fattibile di una rincorsa cominciata fin troppo tardi, in un campionato nato storto e aggiustato un po’ strada facendo, ma che di cose da dire ormai ne ha ben poche, almeno a noi, che è meglio per tutti se ci mettiamo finalmente una pietra sopra e pensiamo direttamente a quello che verrà. Insomma inutile farsi il sangue amaro, per la sconfitta di Bergamo che in effetti non leva e non mette, per quei nove minuti di follia che di sicuro non ci hanno tolto il sogno Champions, visto che era un sogno irrealizzabile, e pazienza pure per l’orgoglio ferito, che certo riprenderci a casa loro i tre punti che vennero a sottrarci al San Paolo con un magheggio rimasto impunito indubbiamente sarebbe stata una soddisfazione.

Ma pazienza, si va avanti lo stesso, ormai queste partite a quaranta gradi e spalti vuoti sono come un lungo allenamento, da prendere sul serio ma solo un allenamento, l’ha detto pure Ringhio che la dobbiamo vedere così, e allora perchè questo magone non se ne va? Com’è che da due giorni non riusciamo a sorridere, cos’è questa sensazione di timore, di ansia che ci fa stare in allerta, ci prende allo stomaco, ci toglie la voglia di pensare ad altro? Brutta sensazione, già vissuta. E che ardentemente speravamo di non provare più. Perché sì, ammettiamolo, non importa cosa c’è in palio, se tre punti o una coppa, se una qualificazione o proprio nulla. Uscire sconfitti da una partita resta una cosa amara, è un durissimo pugno nello stomaco. E noi, cinque vittorie di fila e la Coppa italia messa in bacheca, un po’ questa amarezza l’avevamo superata. Messa da parte. Sostituita da una corrispondente, anzi esorbitante dose di euforia. Noi, quelli del piccolo tridente tornato a pungere, quelli dei contratti rinnovati, dell’allenatore umile ma onesto, quelli che già tutta l’Italia aveva ricominciato a guardare con meraviglia, con rispetto. Noi rinati dalle ceneri della indefinibile esperienza ancelottiana, capaci di ribattere a suon di risultati ai dubbi di chi non ci credeva che fosse solo di Re Carlo la responsabilità delle sconfitte multiple, delle figuracce europee, del ritardo in classifica e di tutte le sofferenze a tutto questo collegate. E noi tifosi che finalmente non avevamo più paura ad accendere la tv, che avevamo sostituito lo sconforto con l’adrenalina.

No, non torniamo più indietro. Non buttiamoci di nuovo nel tunnel delle prestazioni opache, dello scarso convincimento, degli stimoli che non bastano. Non torniamo a essere squadra qualunque, squadra che si accontenta, una volta sugli allori, quell’altra chissà. Una sconfitta ci sta, è normale, succede. Anche a una grande squadra. E una squadra (e la sua tifoseria) è grande quando dalle sconfitte impara, non si abbandona al fatalismo, non si lascia attraversare dalle polemiche che subito il calderone del web, dei salotti tv, delle primedonne della contestazione è pronto a rinfocolare. Mertens declassato da mito assoluto a vecchio rincalzo, Insigne da capitano coraggioso a inutile comparsa, Milik bocciato senza appello, Fabian Ruiz non più guerriero indomito ma pupazzo senz’anima nè mira. Rialziamoci e ripartiamo subito: che il Napoli abbia bisogno di rinforzi, per raggiungere gli obiettivi a cui (e meno male) punta, lo sapevamo già prima dell’Atalanta, un risultato diverso non avrebbe cambiato le cose. I limiti sono quelli ed è giusto tenere alta la guardia, chiedere di più, ma intanto rialziamoci e guardiamo avanti, subito, tutti insieme, come avevamo cominciato a fare, che stavamo andando benissimo. Perché ha ragione Gattuso quando dice che sbaglia chi crede di andare per stadi a far scampagnate, un’operazione diversa in questo momento sarebbe letale. E altrochè scampagnate, di impegni di gala in questa assurda memorabile stagione ne abbiamo ancora diversi. E di sfizi da toglierci. Il 7 agosto, certo.

Ma anche dopo. Perché «dopo», sulla strada dei quarti che già da sola sarebbe trionfale, potremmo ritrovarci tra i piedi di nuovo lei, l’Atalanta. La dea dei calciatori dai ritmi sovrumani. Che potremo battere, se sapremo battere addirittura il Barcellona. Se c’è una favola alla quale vale la pena di credere è questa. In fondo la vendetta è sempre un piatto che si serve freddo. E per i piatti freddi non c’è tempo migliore dell’estate.

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