Napoli, se la squadra e i tifosi sono bipolari

Giovedì 13 Febbraio 2020 di Marilicia Salvia
Una squadra da infarto, questo Napoli. Una squadra bipolare. Schizofrenica. Una volta da schiaffi, la volta dopo da urlo. E viceversa. Un po’ come la città, se ci pensate.

Una città capace di grandi imprese quando la sfida è alta, balbettante, avviluppata su se stessa, caotica nell’ordinaria amministrazione. Non è una buona cosa, né per l’una né per l’altra: senza continuità di risultati, senza efficientamento delle risorse, senza uno straccio di programmazione Napoli non sarà mai come Milano o Torino, il Napoli mai come la Juventus o l’Inter. Meglio così dite? Meglio così allora: fino a domenica pomeriggio almeno, fino all’ennesima partita della verità che stavolta andrà in scena al Sardegna Arena godiamoci questa vittoria, questa epica affermazione del Ringhio Davide contro il Re dei Lamenti Golia. Vittoria inaspettata, diciamolo, perché dopo l’umiliazione di tre giorni prima al San Paolo contro la quartultima in classifica nessuno avrebbe potuto preconizzare il trionfo sulla capolista, e per di più a casa sua, senza essere considerato un pazzo. E invece pazza è questa squadra, pazza, bipolare, schizofrenica. O forse solo convalescente, non ancora guarita ma non più malata, in ogni caso una squadra viva: il che «è tanta roba», per citare le parole con cui Gattuso ha descritto la prestazione di Mertens, tanta roba se solo pensiamo alla traversata del deserto dalla quale arriviamo.

I più bravi hanno calcolato la media punti e la media gol della fase ancelottiana e di questa gattusiana, per concludere che lo scarto è minimo, e comunque in favore della prima. D’accordo, solo che l’arco di tempo avuto a disposizione dai due allenatori è imparagonabile; per non dire della differenza eclatante, addirittura imbarazzante che separa il Napoli del Blasonato da quello del Comandante rinnegato, una differenza che comunque si voglia giudicare l’uomo delle Poste resterà incisa negli annali della storia del Napoli. Questo per dire che quando parliamo del Napoli di oggi e della sua schizofrenia non dobbiamo dimenticare i giorni delle macerie e della rabbia. I giorni nei quali non era il nostro cuore, ma il fegato a esser messo a durissima prova: i giorni in cui accendere la tv per seguire la partita equivaleva a predisporsi a un esercizio di harakiri, di sofferenza certa, garantita, certificata. Per carità, i nostri guizzi li avevamo anche allora, come negarlo: il Liverpool, il Genk. Certo, certo. E ok, siamo d’accordo, come allora neanche adesso abbiamo ancora vinto niente. Nessun campionato, nessun trofeo. Chiaro. Però adesso, nei momenti importanti, si vince. Contro la Juventus in casa, contro le grandi in Coppa Italia, si vince. Accendiamo la tv, andiamo allo stadio, e fino al novantesimo più recupero non c’è alcuna sentenza scritta. Non ci sono per forza Forche Caudine sotto le quali siamo obbligati a passare.

A questo ci dobbiamo aggrappare, è questo che insegna a noi tifosi l’Impresa di San Siro arrivata tre giorni dopo l’Umiliazione del San Paolo. Il Napoli di Gattuso, il Napoli di oggi ci fa piangere ma ci fa anche sorridere. E viceversa. Non ci dà sicurezze, non ci dà garanzie - e in fondo quale squadra ne dà, se oggi persino gli strisciati riescono a perdere due partite di fila - ma se non altro non ci nega il brivido dell’emozione. Se non è Insigne a sorprenderci con quel suo paio di partite azzeccate, ecco che ci sorprende Fabian Ruiz, il bell’addormentato Fabian che troppo sbrigativamente avevamo messo nell’elenco dei bolliti e partenti. Se non è il campionato a darci le soddisfazioni che meritiamo, ecco che ci pensa l’insospettabile percorso in Coppa Italia a risvegliare interesse e passione. A farci ritrovare la voglia di tifare, a caricarci al punto che ci sorprendiamo - finalmente - a contare le ore che ci separano dal successivo match.

Perché accada tutto questo, quali siano i fattori capaci di trasformare con tanta rapidità una squadra di brocchi in una strada di eroi - e, ancora una volta, viceversa - questo è un altro paio di maniche, ma se capirlo fosse facile ci saremmo già riusciti. Formazioni sbagliate, teste capricciose, muscoli affaticati, sfortuna: dipende, basta che non si parli di motivazioni perché davvero è incomprensibile, a noi poveri mortali abituati a «faticarci» la vita, di quali motivazioni ci si debba armare per riuscire a battere il Lecce, e perché quelle che bastano per battere l’Inter in Coppa Italia non siano sufficienti quando la stessa Inter la si incontra in campionato. Perciò è inutile chiedersi quale sia il «vero» Napoli e chi il «vero» Gattuso, probabilmente non lo stanno capendo neanche loro adesso, per adesso il Napoli è bipolare in una città bipolare da sempre, dove si passa dal tutto al niente, e infatti passiamo dal Ringhio re degli allenatori al Gattuso incapace e inadatto, dalla depressione del «se continua così finiamo direttamente in B» all’entusiasmo del «riprendiamoci quello che è nostro», pure la Champions casomai. In mezzo c’è una marea di problemi irrisolti, ci sono contratti in scadenza, ambizioni che tornano a galla, e soprattutto una quantità di rigori negati e di legni centrati che la metà sarebbero stati già troppi: ma tutto questo non conta, non ci importa, non è questo che ci fa piangere quando perdiamo (a parte i rigori negati, chiaro) o che ci fa stizzire quando vinciamo. Bipolare è la squadra, bipolari i suoi tifosi: ma meglio bipolari ma vivi, meglio alle prese con piccoli grandi momenti di felicità che chiusi nel recinto di sicurezze standard. Meglio, tanto per chiarire, perdere con il Lecce ma vincere con il Barcellona. Quanto alla guarigione, c’è un solo modo per raggiungerla: vincerne due di seguito nella stessa competizione. Tipo la Coppa Italia. Tipo prima l’Inter poi una tra Milan e Juventus. Due di seguito, non sono tante. Che poi ci si prende gusto, e chissà come va a finire con quelle che arrivano dopo (dopo il Barcellona, ovvio, che avevate capito).
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