Calcio o musica, quando i miti e le passioni sono precarie

di Antonio Menna
Mercoledì 28 Febbraio 2024, 23:36 - Ultimo agg. 29 Febbraio, 06:00
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A Napoli è precario pure il mito. Una mano di vernice e passiamo appresso. Ieri idolo, oggi niente. Un giorno sugli altari, quello dopo nella polvere. Basta poco a salire in cima, ci vuole pochissimo a crollare al suolo. C’è tutta la volubilità di questa città nella curiosa vicenda del murale della Vicaria Vecchia a Forcella: escono Osimhen e Kvaratckhelia, entra Geolier. Sullo stesso muro.

Non che mancassero le pareti da graffitare, in città, e neppure nel centro storico. Si poteva scegliere un altro posto per omaggiare il giovanissimo cantante di Secondigliano. Si poteva fare lo stesso murale nello stesso vicolo, a seguire. O su una parete attigua. Invece, prima di scegliere il nuovo mito, si copre il vecchio. Due scelte in una. Il gesto racconta una storia, indica un modo d’essere.

C’è una cultura, in questa mossa. Un codice. Che vale la pena di decifrare, per capire meglio quello che siamo, e anche per raccomandare maggiore cautela nel maneggiare a Napoli la materia complessa e insidiosa del mito. Perché coprire i volti del bomber nigeriano e del fuoriclasse georgiano? Perché oscurare quel murale? Perché la squadra sta deludendo.

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