L'occasione sprecata dell'ex Asilo Filangieri

Lunedì 17 Febbraio 2020 di Piero Sorrentino
Sulla scia di molte realtà che avevano attraversato tutta Italia otto o nove anni fa – il teatro Valle e il Nuovo Cinema Palazzo di Roma, il teatro Coppola di Catania, i cantieri della Zisa e il teatro Garibaldi di Palermo, il centro Macao di Milano, per dirne solo alcuni – anche Napoli, con l’occupazione dell’ex Asilo Filangieri, nel centro storico della città, a due passi dal decumano maggiore, era stata investita da quella straordinaria energia promossa da gruppi di uomini e donne che avevano occupato strutture pubbliche abbandonate, o sottoutilizzate, per dare loro nuova vita, ritagliando nuovi spazi per la cultura in realtà urbane che ne erano carenti. Movimenti sociali e culturali che erano riusciti a suscitare grande attenzione sul tema dei cosiddetti “beni comuni”: un concetto pieno di fascino e suggestioni, probabilmente troppo largo e onnicomprensivo, che necessitava di essere precisato, calibrato, adattato di volta in volta.

Molte di quelle realtà hanno registrato, negli anni seguenti, una parabola involutiva, discendente. Altre hanno provato a resistere, cercando di dare discipline formali e regole sostanziali a un iniziale e generico ribellismo che, sul lungo periodo, rischiava di farle implodere, vanificando gli sforzi dei gruppi che pure si erano impegnati con entusiasmo e buona volontà. È precisamente il caso di Napoli. Quello che, agli inizi, era il collettivo di “lavoratori dello spettacolo e dell’immateriale” che si era riunito, intorno al 2012, sotto il nome de “La Balena”, ha dato vita, nel corso degli anni, a una serie di incontri, tavoli, assemblee, sfociati – nell’estate del 2016 – in un primo riconoscimento istituzionale.

Si tratta della delibera comunale 446/2016 che riconosceva l’ex Asilo e altri luoghi come “spazi che per loro stessa vocazione (collocazione territoriale, storia, caratteristiche fisiche) sono divenuti di uso civico e collettivo, per il loro valore di beni comuni”. La Rivoluzione col permesso dei carabinieri? Forse. Ma comunque un riconoscimento intelligente da parte dell’amministrazione comunale, che valorizzava, con un atto certo più simbolico che pratico, quelle pratiche dal basso, capaci di restituire valore e forza a forme di governo democratico dei beni comuni. Ma che cosa è diventato, intanto, l’ex Asilo Filangieri? Come ha proceduto, come si è sviluppato? Perché, a dirla tutta, alcune iniziative ospitate nella struttura lasciano come minimo perplessi, se inquadrate nella storia di questi (quasi) due lustri.

Un esempio? Sabato prossimo si terrà un workshop di cinema dedicato agli “Strumenti di produzione audiovisiva”. Quattro ore di un seminario – incredibilmente pubblicizzato sui social network a colpi di invadenti annunci sponsorizzati a pagamento, alla faccia delle lotte contro il capitalismo della sorveglianza e della retorica un tanto al chilo sulla orizzontalità, sull’importanza del passaparola, sulle reti informali di contatti tra attivisti e simpatizzanti – in cui, a prendere la parola assieme a registi e produttori, ci saranno, non si capisce bene il motivo, avvocati e commercialisti. Perché?

A pensar male, qualcuno potrebbe dire che sembrerebbero più professionisti alla ricerca di clienti che esperti che offrono competenze e saperi. È un evento culturale o commerciale, inadatto a uno spazio pubblico nato con la volontà di dare vita – così c’è scritto sul sito dell’ex Asilo – “ad un’officina di cultura autogovernata e interdipendente (…) a una nuova istituzione dove lavoratori e lavoratrici cooperano attraverso una pratica di gestione condivisa e partecipata di uno spazio pubblico, in analogia con gli usi civici”, dove “la fruizione degli spazi e la programmazione delle attività avvengono in maniera partecipata, attraverso un’assemblea pubblica di gestione e attraverso tavoli tematici aperti a tutti, che non si limitano alla calendarizzazione ma che tendono a favorire l’incontro e lo scambio tra artisti”?

E ancora: con quali soldi, o fondi, o investimenti, vengono organizzate queste iniziative? Sempre e solo lavoro volontario e gratuito degli attivisti? Sempre ed esclusivamente autotassazione o autofinanziamento? Sono domande che è difficile non farsi, dopo che questa esperienza ha registrato molte fasi contraddittorie che hanno portato a rimescolamenti, uscite, cambi della governance collettiva che continua ad animarla. In ultima analisi: non si dovrebbe fare di più, per quella che ambiva a proporsi come casa della cultura pubblica e strutturata della città? Ultimo aggiornamento: 06:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA