Girolamini, lavori fermi da due anni: il Complesso sta cadendo a pezzi

Sabato 11 Luglio 2020 di Luigi Roano

Nuovi crolli nell’area dell’aranceto e per fortuna che non c’erano gli operai, quelli mancano da due anni, altrimenti staremmo a raccontare un’altra tragedia sul lavoro. Siamo nel complesso dei Girolamini, uno dei pezzi pregiati del “Grande progetto centro storico Unesco” che doveva essere già restaurato di questi tempi. Invece dal 2013 - quando è iniziato l’iter per le gare chiusosi solo nel 2015 - a oggi sono stati montati solo dei ponteggi, ma non è stato fatto nulla ma proprio nulla per il restauro e la messa in sicurezza di uno dei siti più celebrati del Barocco napoletano famoso nel mondo. Cinque secoli di storia straordinaria alle spalle, tranne gli ultimi sette anni ridotti a racconto miserabile della bulimica burocrazia del Comune e della Sovrintendenza, che sbagliano progetti e non riescono a spendere nemmeno la bellezza di 7,7 milioni messi a disposizione dall’Europa per il ripristino del complesso monumentale. Giusto per capire come stanno le cose, quello che una volta si chiamava Ponte Morandi è stato ricostruito in meno di due anni, in pochi giorni in Cina hanno costruito un ospedale per il Covid e anche dalle nostre parti a Ponticelli in poche settimane è stato installato un nosocomio per guarire dal virus. Però quando c’è il Comune di Napoli di mezzo - spalleggiato dalla Sovrintendenza - tutto assume i contorni di sciatteria amministrativa o dello scaricabarile. Così mentre il medico studia il malato muore, in questo caso il Complesso dei Girolamini, che continua a degradarsi.
 

 

A farne le spese, oltre alla città che non può mostrare e usufruire di uno dei suoi gioielli, c’è anche l’azienda incaricata dei lavori ridotta ormai alla disperazione e pronta a chiedere i danni al Comune e alla Sovrintendenza. Si tratta della Tmc Costruzioni immobiliari. La novità - come si diceva - è il crollo di 48 ore fa nell’area dell’aranceto. Una tegola perché arrivata alla vigilia di quella che sembrava essere una nuova ripartenza. Ora invece si rischia di rallentare ancora di più il cantiere perché il via libera per la ripartenza deve arrivare dai Vigili del Fuoco che devono fare i loro legittimi accertamenti. 

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Lo stallo viene però da molto lontano, un calendario dell’orrore amministrativo: due anni (dal 2013 al 2015) per l’aggiudicazione della gara d’appalto; per arrivare a maggio del 2017 quando l’impresa ha sottoscritto il contratto. Due mesi dopo, siamo a luglio del 2017, alla Tcm viene data in consegna parziale una piccola parte del complesso, per l’installazione dei ponteggi sulle due facciate di chiesa e via Duomo, nelle more della elaborazione del «progetto esecutivo strutturale di risanamento» che è a carico dell’impresa ed affidato all’architetto Paolo Rocchi. E qui si materializza il pasticcio. Perché dal progetto di Rocchi vengono fuori «notevoli criticità su tutti gli elaborati progettuali redatti dalla Sovrintendenza». Cosa significa? Ci vuole una variante, un nuovo progetto. L’Ente ha sbagliato valutazione nell’immaginare la riqualificazione del sito, sicché la cornice creata dalla Sovrintendenza non si confà al progetto esecutivo che è in carico all’impresa. Arriviamo così a ottobre del 2018 quando l’amministrazione comunale e la Sovrintendenza sospendono i lavori «per l’elaborazione del progetto di variante». Il linguaggio è quello burocratico ma vale la pena seguire questo filo per capire i motivi dello stop: «Considerato che in ragione della complessità, delle criticità emerse durante la conduzione del cantiere evidenziate anche dal progetto esecutivo strutturale redatto dall’architetto Paolo Rocchi in qualità di progettista incaricato dall’impresa esecutrice, considerata la necessita di redigere una perizia di variante, ordina alla Tmc Costruzioni immobiliari italiane srl quale esecutrice dei lavori in oggetto di sospendere le lavorazioni relative alle aree di consegna parziale, a partire dal giorno 31 ottobre 2018».  
 


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Immaginando di fare presto questo adempimento, i due enti in maniera beffarda raccomandano all’impresa la custodia, la vigilanza e guardiania del cantiere e la custodia di tutti i materiali, impianti e mezzi d’opera oltre alla buona conservazione delle opere finora realizzate. Cosa è successo da allora? Assolutamente nulla tranne i crolli di alcuni solai nell’area dell’aranceto. Il cantiere è fermo da oltre 600 giorni, cioè due anni per l’inerzia delle due amministrazioni - Comune di Napoli e Sovrintendenza - che non riescono ad approvare la variante progettuale per rimettere in moto l’assegnazione dei lavori. Tempi così lunghi che sono cambiate addirittura le norme - il Codice degli appalti per fare un esempio. Quello che devono elaborare Comune e Sovrintendenza non è nulla di straordinario, si tratta di quattro step che in genere si fanno con grande celerità nel mondo normale, in quello pubblico tutto è pesante, contorto e complicato. Si tratta di elaborare un nuovo progetto; ottenere il benestare dalla Regione Campania per la parte economica perché opere finanziate attraverso fondi europei. E qui il tema è molto serio perché la scadenza dei fondi Por è datata 2020, se non si chiude almeno la partita progettuale i 7,7 milioni si potrebbero anche perdere. Gli altri due passaggi sono la sottoscrizione di un nuovo contratto con l’impresa e il via libera alla ripresa dei lavori.  

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A tutt’oggi è stato realizzato all’80% solo il punto uno per il rimpallo di responsabilità tra le amministrazioni. La Tmc - giova sottolinearlo - ha più volte sollecitato le amministrazioni per inadempienze e ritardi. L’impresa deve sostenere gli oneri per lo stress finanziario con seri rischi economici. La Tmc - in buona sostanza - è pronta a citare per danni Comune e Sovrintendenza. L’interlocuzione con i due enti è ormai solamente fatta a colpi di carata bollata. A gennaio in Comune e a Palazzo Reale sono arrivate le prime rimostranze della Tmc che ha sottolineato come il perdurare della chiusura del cantiere sta facendo aumentare le spese all’impresa. E su questo punto la Tmc ha chiarito che se questa eventualità ormai molto probabile si concretizzasse le maggiori spese verrebbero caricate in quota Comune e Sovrintendenza. È di marzo, invece, l’ultima interlocuzione dove l’impresa ha fatto presente che se non si sblocca la situazione entro pochissimi mesi avvierà l’iter giudiziario per la risoluzione del contratto e la tutela dei propri diritti.
 

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