L’opinione ignorante e il contagio della Rete

Sabato 30 Giugno 2018 di Gilberto Corbellini
Come funziona il sifone del water? E una cerniera lampo? La maggior parte delle persone a cui lo si chiede risponde di saperlo, cioè pensa di saperlo. Ma devono spiegarlo, si scoprirà che non lo sanno. Immaginate che vi venga presentato il disegno di una bicicletta nel quale mancano alcune parti, con l’invito a completarlo: lo sapreste fare? Se si effettua il test del su un numero cospicuo di persone, che pensa di conoscere la bicicletta, si scopre che la maggioranza mette le parti mancanti nei posti sbagliati. Questo fenomeno è definito illusione della conoscenza, e descrive una nostra condizione di default, cioè il bias per cui presumiamo di sapere molte più cose di quelle che conosciamo. È un bias talmente importante e potente nell’economia comportamentale umana che si manifesta anche con l’effetto Dunning-Kruger, per cui quelli che riescono peggio in un compito, perché sono più ignoranti, sopravvalutano maggiormente le proprie abilità. 

L’illusione della conoscenza può essere innocua e ci è di grande aiuto per navigare nella vita sociale, in quanto alla base della fiducia nelle nostre capacità e in quelle altrui. Ma è anche causa di gravissime tragedie, quando per esempio un tecnico stima erroneamente qualche parametro o fattore, dando per scontato di sapere come entra in gioco nel fenomeno in oggetto: possono crollare ponti o palazzi, cadere arei, esplodere razzi, scoppiare con effetti imprevisti ordigni atomici, etc. La scoperta di questo bias rientra nel crollo della visione illuminista del mondo, che attribuiva un primato alla ragione e al calcolo. I filosofi nichilisti e poi quelli post-moderni criticavano la presunzione delle dottrine positiviste e razionaliste con argomenti pretestuosi, ma forse percepivano modo confuso gli effetti delle limitazioni cognitive e socio-morali della razionalità umana, che sono state descritte scientificamente a centinaia da economisti comportamentali e cognitivisti.
Abbiamo le prove che quasi tutte le decisioni umane sono basate su reazioni emotive e scorciatoie euristiche, piuttosto che su analisi razionali, e che le scelte intuitive era funzionali per affrontare la vita nella savana preistorica, risultando drammaticamente inadeguate per le giungle urbane che caratterizzano l’età del silicio. Sia chiaro, si tratta di un mismach che offre comunque stratosferici vantaggi, rispetto alla qualità della vita del Pleistocene. Ma perché ci illudiamo di sapere? A cosa serve? 
Sloman e Fernbach, due scienziati cognitivi, sostengono che il pensiero individuale sarebbe un mito. Raramente le persone pensano da sole, dicono. Quasi sempre lo fanno in gruppo. In passato, erano le tribù ad allevare i bambini, a inventare gli utensili o a risolvere un conflitto interno o con altre tribù. Le piramidi egizie e le cattedrali medievali richiedevano un insieme di saperi teorici e pratici per essere edificate, e nessun individuo sa tutto quello che è necessario conoscere per costruire una bomba atomica o un aereo. La superiorità dell’uomo rispetto agli altri animali sarebbe quindi data dal pensare insieme, in larghi gruppi. Gli individui non serve che sappiamo tante cose sul mondo e su sé stessi. Non solo, ma col tempo quello che sappiamo è diventato proporzionalmente sempre meno. Un cacciatore-raccoglitori sapeva farsi i vestiti, accendere il fuoco con sassi e sterpaglia, cacciare animali e sfuggire ai predatori. Oggi dipendiamo dagli altri per tutto: vestiario, cibo, viaggi, divertimento, etc. Individualmente, sappiamo pochissimo anche perché il nostro cervello può immagazzinare pochissima informazione, cioè molta meno quanto crediamo.
Il pensiero collettivo che ci ha fatto prendere possesso del mondo e l’illusione della conoscenza ci consentono di camminare nella vita senza essere distolti da un impossibile e inutile sforzo di capire tutto da soli. Da un punto di vista evoluzionistico, fidarsi della conoscenza di altri ha funzionato molto bene. Ma l’illusione della conoscenza può avere conseguenze negative anche per l’efficienza dei gruppi. Infatti, dato che il mondo diventa sempre più complesso e noi sempre più ignoranti (anche del fatto che lo siamo), le persone pur non conoscendo niente vogliono discutere di tutto, dalla meteorologia alla genetica alla fisica; dibattono di cambiamento climatico e ogm senza sapere cosa stanno dicendo, o delle situazioni in Iraq o in Ucraina, senza neppure sapere dire dove si trovano questi Paesi su un mappamondo. Insomma, le persone raramente apprezzano la loro ignoranza, e con internet e i social media tendono spontaneamente a rinchiudersi in una echo-chamber di amici che la pensano allo stesso modo, o ad affidarsi a un News Feed che costantemente conferma i loro stupidi pregiudizi.
Scienziati o intellettuali impegnati si illudono (anche loro) che sia possibile contrastare i pregiudizi antiscientifici così largamente diffusi attraverso una migliore comunicazione e istruzione scientifica. La speranza degli esperti di spostare l’opinione pubblica con fatti accurati e rapporti di specialisti, è fondata su un fraintendimento. Se la maggior parte delle nostre visioni sono plasmate da un pensiero collettivo che premia la fedeltà al gruppo, invece che dalla razionalità individuale, è ridicolo pensare che i fatti possano scalzare opinioni e pregiudizi. Bombardare le persone con fatti e dimostrare la loro ignoranza individuale produce, invece, il ben noto fenomeno del ritorno di fiamma (backfire). Tonnellate di studi mostrano che quando qualcuno si interessa a narrazioni false e che disinformano, se egli crede già nella storia originale e falsa, qualunque tentativo di correggere quella credenza rafforza le convinzioni di quella persona, invece di cambiarle. Le persone non amano i fatti, ancor meno se sono troppi, e non apprezzano di sentirsi stupide. Se qualcuno davvero pensa di poter convincere Salvini che 10 vaccini non sono rischiosi o eccessivi, lasci perdere. Si dedichi più proficuamente ad altro.
È discutibile la tesi degli autori, che “l’intelligenza risiede nella comunità e non in un qualsiasi individuo”. È vero che i contesti sociali spontaneamente producono livelli di funzionamento più avanzati, articolati, efficienti, etc. rispetto a quello che può fare il singolo individuo. La superiorità della divisione del lavoro però l’ha scoperta il capitalismo che premia l’individualismo. Inoltre, nella realtà del mondo biologico esistono solo gli individui, e senza la loro intelligenza individuale non prende forma alcuna società o comunità. C’è una bella differenza di risultati tra un gruppo di individui molto intelligenti e uno di individui poco intelligenti. Quindi l’intelligenza risiede per fortuna negli individui e le visioni politico-economiche che fanno premio sugli individui danno luogo a migliori risultati in generale. Come conferma la storia. E non è un’illusione. © RIPRODUZIONE RISERVATA