Se le case sono di nuovo ​teatro di vita

Venerdì 27 Marzo 2020 di Cherubino Gambardella
La città in casa. Certo che era impossibile prevederlo. Però è successo. E, quando ti trovi davanti ad avvenimenti così dolorosi e duri, prima ti senti spiazzato, poi avvilito e poi, giocoforza, inizi a pensare e ti fai delle domande. L’infezione da Sars Cov 2, con il suo scenario tragico e doloroso di lutti, è entrata nei nostri cuori e ha modificato le nostre abitudini.

Siamo sempre stati convinti che la città, nelle sue manifestazioni più spettacolari, fosse il luogo per risolvere il bisogno di stare insieme delle persone misto a quello di rappresentarsi come in Times Square a New York.
Agglomerati di 10 milioni di abitanti sono barriere coralline esposte ai pericoli della natura ma anche siti attraenti per la mutevolezza dei rapporti sociali e per la presenza di un pericolo che tutti pensano esista solo in teoria salvo trasformarsi in pratica quando, purtroppo, si muore in tanti. 

Tutti a casa allora, per prendere tempo e attrezzare gli ospedali, arginare la pandemia. Mai, però, come in questo caso, il giustissimo comando dei governanti ai cittadini, ha scatenato una profonda riflessione sul senso dell’architettura domestica e sullo spazio che viviamo ogni giorno. Prendersi cura del corpo è facile e poco costoso.

Il progresso ha reso parzialmente invisibili le differenze sociali che, negli scorsi anni Sessanta, l’abbigliamento degli individui manifestava inesorabilmente. Questo, però è anche il progresso che ha messo sullo stesso piano persone, auto comprate a rate super vantaggiose, moto.

Lo spazio pubblico della metropoli è diventato il teatro del benessere diffuso. Non si riesce ad avere una vita privata. Anche i social simulano l’universo metropolitano persino sullo scatto di una pietanza ben preparata. Nello spazio pubblico si corre per socializzare, si beve la sera, si consumano incontri dove le storie personali sono assolutamente celate. Tutto brilla nel mostrarsi in temibili outfit (scusate l’orribile termine) che riguardano cinture, sigarette elettroniche, auto fighe o fighette. Da 15 a 75 anni gli italiani vivono lo spazio pubblico come teatro di uno status non fondato sull’usufruire della comodità reale o sulla bellezza dei posti ma sul rappresentarsi attraverso il desiderio di come vorrebbero essere nei selfie che si fanno a tutto spiano in strade, piazze, parchi, giardini, spiagge.

La condanna a usare le loro case è sembrata terribile, allora. Si sono di colpo accorti di aver dimenticato di curarle per cui sia nei collegamenti ad uso scolastico, sia negli house party, sia –ancora- nelle lezioni universitarie a distanza emerge la tristezza dell’interno italiano. Abbiamo preferito curare quello che si vedeva in pubblico e quello che la falsa democrazia dei selfie e dei panorami drogati sbatteva sui nostri monitor consolandoci troppo facilmente. Abbiamo risolto il problema allontanando il dove e come vivevamo.
La casa, ora che deve essere il fondale dei collegamenti informatici, si rivela triste, polverosa, poco accogliente aumentando il fastidio piuttosto incosciente con il quale molti hanno accolto il provvedimento di obbligo domestico. Non è un problema di metri quadri o di lusso da sbattere in faccia. La qualità abita ovunque e dobbiamo inseguirla specialmente negli spazi piccoli e a basso costo perché solo curandoci di questi luoghi facciamo un vero esercizio di democrazia. 

Mi direte che quattro persone in pochi metri quadri possono essere una bomba ad orologeria sociale per la ovvia prossimità dei corpi vicina al metro regolamentare. C’è da aggiungere, però, qualcosa di ugualmente faticoso e cioè rinunciare alla facile presa da autoscatto inteso come promozione e gratificazione dell’ego a discapito della tolleranza verso i coabitanti. 

Le case, allora, appaiono furtive. Abbiamo perso l’amore tutt’altro che irraggiungibile per una dolcezza della domesticità diffusa. In un attimo la città si è trasferita nelle mura domestiche con il suo potenziale di conflitti a volte solo vacui e inutili, con il sogno amaro di una bellezza elitaria mai raggiunta e con la rassegnazione che dietro i monitor non si vedessero le stanze di Downton Abbey. Questa terribile storia ci insegnerà sicuramente ad essere più tolleranti, ad amare veramente lo spazio pubblico e la natura.

Sono certo, inoltre, che ci farà capire, con tutti questi smart (working, gym, sociality), quanto la città debba sempre più entrare nelle case facendone luoghi realmente accoglienti.

Vi saluto con un consiglio: prendetevi cura dello spazio domestico non solo durante la pandemia. Questa lezione sarà utile soprattutto dopo, dove i dati sui contatti in remoto saranno in grande crescita e la casa sarà di nuovo un importante palcoscenico della vita. Con il mio gruppo di ricerca universitaria ce ne stiamo occupando da un po’ mettendo a punto un modulo per la bellezza domestica a ingombro ridotto e a basso costo. Lo facciamo perché siamo convinti che fare ricerca voglia anche dire, soprattutto oggi, fare casa. 
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