Il falso welfare che porta ai clan vero consenso

Mercoledì 1 Aprile 2020 di Vittorio Del Tufo
Ci facevano ribrezzo prima, ci fanno ancora più ribrezzo adesso. Li immaginiamo mentre si muovono nell’ombra, ansiosi di lucrare affari all’emergenza. Li osserviamo mentre fanno arrivare pasta, zucchero e caffè nelle case dei più bisognosi. Li seguiamo, con lo sguardo, mentre ficcano le mani nel business dei corredi sanitari, delle mascherine, dei prodotti parafarmaceutici. Adusi a fiutare ogni affare, sono stati lesti, anche stavolta, a fiutare il grande business della quarantena, e dei kit per la sopravvivenza.

Nei quartieri popolari che già fino a ieri vivevano di stenti, e che oggi rischiano di esplodere come una polveriera sotto il peso di una crisi economica senza precedenti, gli uomini di camorra spacciano per solidarietà una colossale operazione di accaparramento del consenso. Disponendo di liquidità economiche e animati, come sempre, dalla necessità di ripulire il denaro sporco, hanno avviato in questi giorni, in queste settimane, una straordinaria operazione di welfare criminale. Bastano poche decine di euro per comprarsi la disponibilità di una persona, di una famiglia in difficoltà, e assicurarsi così la sua fedeltà, che potrà tornare utile in un qualsiasi momento. Congelati, per il momento, i prestiti ad usura, i clan passeranno all’incasso più tardi, quando la quarantena sarà finita e l’economia sommersa di cui vive una fascia considerevole della popolazione potrà, lentamente, ripartire.

Il welfare della camorra si adatta camaleonticamente alle circostanze. Forgia la propria economia e regola la propria offerta sulla domanda di quegli strati della popolazione che oggi pagano il prezzo più alto alla prolungata quarantena e al baratro economico - un baratro di sopravvivenza - che ne deriva. Quella della camorra è una seconda pelle, che aderisce perfettamente alla pelle malata della città, come una pellicola invisibile, come il velo di marmo che nel Cristo Velato aderisce così perfettamente al corpo del Cristo morto da sembrare una sola cosa.

Mai come in questi giorni la camorra parassitaria - adagiandosi come una seconda pelle sulla pelle malata della città - sa che lo Stato, soprattutto a Napoli, fa fatica a dare risposte concrete, immediate, quotidiane. Tanta solidarietà e mutuo soccorso - fino ad arrivare alla spesa portata a casa - nasconde la più grande operazione di rafforzamento del consenso sociale che la storia recente della città ricordi. Da dove arrivino i soldi che oggi consentono ai clan di mettere in scena la loro pelosa solidarietà di facciata lo ha spiegato bene Leandro Del Gaudio sul Mattino: «Nelle grosse aree metropolitane si continua a spacciare. E la droga continua ad entrare nell’economia cittadina, si trasforma in solidarietà di facciata. Hashish e marjuana dai Monti Lattari, non potendo più contare sul canale estero, quello legato ai Paesi Bassi, alla Spagna e al Marocco. Chiusi porti e aeroporti, bloccati tutti i rapporti commerciali, la droga si fabbrica in casa, come per altro sempre avvenuto a Pizzofalcone o a Scampia, al rione Traiano o a Torre Annunziata».

La storia di Napoli è piena di momenti nei quali le famiglie e le organizzazioni criminali, muovendosi camaleonticamente negli ambienti più poveri e popolari della città, intrisi di sottocultura e di illegalità, sguazzano nell’emergenza piegandola ai propri interessi e sfruttandola a proprio vantaggio. Accadde così negli anni del dopoguerra, quando grazie alla borsa nera molte famiglie si arricchirono e molte altre riuscirono, semplicemente, a tirare avanti. Emersero dall’ombra, allora, personaggi destinati a diventare leggendari, come Gennaro Merolla, il famoso King Kong dei vicoli, il primo “re” di Forcella che fece affari d’oro con gli americani e costruì attorno al traffico di bionde un’organizzazione paramilitare. Economia parallela e illegale, ieri come oggi. Solo una foto sbiadita nell’album di famiglia della camorra spietata e sanguinaria di oggi.

Anche don Antonio Barracano, l’eduardiano sindaco del rione Sanità, facendo valere la propria autorità in un quartiere e in un contesto dove le altre autorità sono latitanti, diventa un punto di riferimento per tutti i suoi concittadini, dai quali ètemuto e rispettato come l’unico detentore di un potere reale. Don Antonio Barracano - per il cui personaggio Eduardo si ispirò a un famoso guappo di quartiere realmente esistito, Luigi Campoluongo detto naso ’e cane - usa il suo potere criminale, camorristico in senso ampio, per fare giustizia, avendo, egli, una visione estremamente pessimista della giustizia ufficiale. 

È un malinteso sentimento di giustizia - stavolta sociale - quello che anche oggi, in questi giorni di quarantena e di sofferenza per una fascia molto ampia della popolazione, provano ad interpretare gli uomini di camorra. Trasformandosi, per l’ennesima volta, in protagonisti. E compiendo piccoli gesti che solo gli sprovveduti possono definire solidali. Perché dietro il paravento della giustizia sociale si nasconde, ancora una volta, la ricerca del consenso popolare, che è finalizzata a radicare il potere in quei quartieri-Stato dove, oggi più di ieri, l’economia è ferma. E ripartirà, se ripartirà, a costo di grandi sacrifici. E allora, come in un film già visto, saranno i clan a passare all’incasso.
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