Dal colera al Covid-19, una lotta che si ripete

Mercoledì 25 Marzo 2020 di Gigi Di Fiore
«Le accurate indagini de’ sapienti sono tornate vane sinora, non che a trovare un farmaco certo e determinato che sani l’infermo tocco dal cholera-morbus, ma a conoscere solamente come mai questo si apprenda, per quali particolari cause, come proceda da luogo a luogo. Le diverse opinioni ne rivelano una ignoranza maggiore di quella che noi stessi accusiamo». Due secoli fa a Napoli c’era il colera e non il coronavirus, ma queste frasi stampate allora negli Annali civili delle Due Sicilie sembrano scritte oggi. In quel 1837, tante similitudini con le cronache di oggi.

A leggere lo storico Giacinto De Sivo, il «colèra-morbus» comparve nel 1817 a Bengala, poi si estese in India e Asia, si allargò in Europa attraverso la Russia nel 1830 per spandersi in Polonia, Ungheria, Germania, Inghilterra e Parigi nel 1831. Infine, arrivò nel regno sardo-piemontese, a Nizza e Cuneo nel 1835, per scendere rapidamente nella penisola: Torino, Genova, Livorno, Venezia, Roma e Napoli. Nelle Due Sicilie, i primi casi appaiono il 2 ottobre 1836. Morbo d’importazione, anche allora, che trovò strada facile a Napoli per le condizioni igieniche di alcuni rioni popolari. 

Ci furono due flussi di contagi: dall’ottobre 1836 al marzo 1837, con un’apparente scomparsa. Poi, la ripresa dall’aprile all’ottobre 1837. Le cifre sui morti sono spaventose e documentate all’Archivio Borbone, dove si conservano i precisi bollettini dei responsabili dei singoli quartieri napoletani e le relazioni degli intendenti dalle province, con nomi, età, domicilio e condizioni dei malati.

Non esistevano antibiotici, né reparti di terapie intensive, molti nascondevano i contagi e non seguivano regole igieniche come le conosciamo oggi. Così, nella prima fase i morti a Napoli furono 5669 su 10361 ammalati. Nella seconda fase, ci furono 14mila morti su 22mila ammalati. Salvatore De Renzi, medico responsabile dell’ospedale Santa Maria di Loreto in prima linea come oggi nella cura dei contagiati, scrisse una relazione al governo per l’adozione di «misure di contenimento». E, anche in questo caso, le analogie con l’oggi non sono poche. De Renzi pensava alla chiusura dei commerci, ma scrisse dubbioso nel 1837: «Il commercio, che l’avara cupidigia ed il bisogno sostenevano fra’ popoli, rendeva impossibile tenere lontano da noi quel morbo e, comunque centuplicate si fossero le cure del Governo, infinite ed impossibili a prevedersi erano le vie per le quali arrivar poteva nel nostro lunghissimo litorale una malattia che aveva disseminato i suoi germi quasi in tutta la superficie di Europa».

L’otto agosto 1835, per prevenire l’epidemia già apparsa nel nord Italia, il re Ferdinando II di Borbone controfirmò il regolamento del barone Nicolò Santangelo ministro agli affari interni. Anche allora si temeva l’espansione del contagio dal nord al sud: «Buona parte dell’Italia superiore ha pagato tristo tributo di vittime, e sventuratamente un soffio maligno potrebbe una volta contaminare anche il nostro cielo sereno», spiegò il dottore De Renzi. Da qui il regolamento, che non bastò a fermare il colera a Napoli e in tutte le Due Sicilie. Prevedeva «discipline già sperimentate salutari ne’ paesi travagliati dal cholera». E quindi: raccomandazioni igieniche sui comportamenti da tenere, per arginare «il morbo» di cui si ignorava molto, come oggi per il coronavirus. «Sarà utile indicare e render comuni i mezzi per esperienza conosciuti valevoli a tenerlo lontano, preservarsi, e sollecitamente curarlo», sosteneva un altro medico, Gennaro Fermarello. Ne seguì una «Istruzione popolare» curata dal Supremo magistrato di Salute, che altro non era che l’attuale Istituto nazionale di sanità. Leggere le istruzioni è istruttivo, come «nettezza delle strade e delle case pubbliche e private sì nelle città, sì nelle piccole terre». Si dispose di attrezzare luoghi per l’emergenza, anche nelle «più misere terricciuole», da destinare a ospedali. Come le tende di oggi. Più igiene e acquisti di «spezierie pronte quante medicine credonsi necessarie a vincere il feral morbo» si dispose.

Nella capitale, si istituì la task force di allora. In ogni quartiere e rione si crearono commissioni di controllo coordinate da una commissione centrale, «tutte destinate a essere braccia operose del governo». Proprio come fanno oggi le Regioni nei confronti del governo centrale. Le commissioni dovevano controllare il rispetto delle norme igieniche, evitando disordini. Quando l’epidemia cominciò a diffondersi, fu vietata la sepoltura dei cadaveri nelle chiese, obbligando il ricorso al nuovo cimitero chiamato poi «sepolcreto dei colerosi», in un’area di 8000 metri quadrati. Venne raccomandato, per evitare i contagi, che gli ammalati e i morti di colera fossero subito dichiarati e sepolti nel cimitero a spese del governo. Lo fecero di più i poveri, che dichiaravano come morti per colera anche parenti defunti per altre cause, per seppellirli gratis. A Napoli, l’epidemia si diffuse ovunque, ma di più negli affollati quartieri popolari con poca igiene. Molti denunciarono i «troppi mendicanti» e i commerci incontrollati di alimenti. «Il vedere che un fatto come quello della trasmissione del morbo per virtù di contatto non possa essere dimostrato in modo da non farne dubitare, forma ipotesi e sistemi che a nulla menano», scriveva il medico Errico Catalano. E intanto l’epidemia si diffuse. A Napoli, fece anche la sua vittima più illustre: Giacomo Leopardi. Morì nella seconda e più fatale ondata dell’epidemia, il 14 giugno del 1837. Ultimo aggiornamento: 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA