Coronavirus, contagi e decessi in netto calo: ecco perché il Centro-Sud può già ripartire

Lunedì 20 Aprile 2020 di Lucilla Vazza

Riaprire già le regioni a contagio quasi zero o aspettare tutti la Lombardia, dove i numeri fanno ancora paura? Questo è il dilemma che divide l’Italia spaccata in tre macro aree dal coronavirus. Una fascia di alto contagio: tutto il nord più le Marche, ma con l’esclusione di Veneto e Friuli Venezia Giulia. Una fascia di medio contagio: Veneto, Friuli, Abruzzo, Toscana. Infine una fascia di contagio basso: tutto il Sud più Lazio e Umbria. In tutto il meridione da qualche giorno il numero dei decessi, che resta il parametro più solido, è calato fino quasi ad azzerarsi in Basilicata, Calabria, Molise e Umbria. Prima di addentrarci su disquisizioni epidemiologiche che considerino la prevalenza dei casi e la velocità dei contagi che naturalmente cambiano anche all’interno di una stessa regione, come nel caso del Friuli dove gli indicatori sono favorevoli con l’eccezione di Trieste dove i numeri si impennano per via della “bomba” case di riposo, trasformate da luoghi di cura a focolai del contagio. Scalpita per la riapertura Confindustria che per bocca del neopresidente eletto, Carlo Bonomi, chiede di riaprire le produzioni «perché solo queste danno reddito e lavoro», ma senza sottovalutare la necessità di avere indicazioni: «Il metodo prima delle date», e sulle task force di tecnici: «benissimo i comitati degli esperti ma la loro proliferazione dà il senso che la politica non ha capito e non sa dove arrivare. Abbiamo un comitato a settimana senza poteri, senza capire dove andare». 

LEGGI ANCHE Napoli, zero nuovi contagi e niente decessi in 24 ore

Al di là delle indiscrezioni trapelate negli ultimi giorni, però, i criteri con cui il Governo ridisegnerà la mappa dell’Italia per l’avvio e il monitoraggio della fase 2 non sono ancora noti. Possibilista rispetto all’ipotesi di avvio differenziato il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli: «Si può ragionare su una regionalizzazione delle aperture: nelle zone con un numero inferiore di persone positive è più facile valutare la catena dei contatti», ma frenano gli scienziati che continuano a invitare a non abbassare la guardia. Mancano, come ci spiegano gli esperti Nino Cartabellotta (Fondazione Gimbe) e l’epidemiologo dell’Università di Pisa, Pierluigi Lopalco, indicazioni operative sui parametri per aprire in sicurezza. Perché è intuitivo, per non dire banale, che alla parola riapertura devono far rima le parole sicurezza e preparazione. «Da cittadino mi chiedo: possiamo sapere su quali basi verrà presa una decisione così importante? - si chiede Lopalco che è anche coordinatore scientifico della task force della Regione Puglia - Perché quello che si sente adesso dagli scienziati vicini agli ambienti romani sono i dati dei ricoveri, le terapie intensive, l’”R con zero”, che sono tutti parametri legati alla circolazione del virus, ma nulla dicono circa la preparazione del Servizio sanitario. Riaprire significa avviare la fase di convivenza con il coronavirus, quindi essere pronti a una nuova circolazione e potenzialmente alla gestione di nuovi contagi: le Regioni sono preparate? Hanno ricevuto dal governo indicazioni sul da farsi? Qual è la capacità reattiva del sistema? Sono sicuro che le task force ci stanno lavorando, però mi piacerebbe sapere che nella data in cui si decide di aprire “X” regioni, queste hanno la capacità di rispondere a una nuova fase, qualcuno ha chiesto alla Regioni: avete la capacità di allentare la morsa? Non credo ci sia stata ancora una nota ufficiale». 
 


Va inoltre considerato che proprio le regioni dove i numeri sono positivi e i contagi quasi zero, c’è stata minore circolazione della malattia e dunque meno risposta immunitaria della popolazione che rischia, in caso di una seconda ondata di contagi, di trovarsi più fragile ed esposta rispetto alle aree più “rosse” del Paese dove molte più persone hanno già sviluppato anticorpi. «Ci vuole cautela - è chiaro Cartabellotta che con la sua Fondazione ha elaborato un modello dinamico per mappare e monitorare l’evoluzione del contagio a livello regionale e provinciale - Abbiamo ancora oltre 3mila contagi al giorno, mancano le condizioni minime per ricominciare. Rischiamo una riapertura a spezzatino che rischia di fare danni enormi. Dove si riescono a garantire le adeguate condizioni di distanziamento sociale in tutto il percorso di uscita e di impiego del lavoratore se ne può iniziare a parlare. È evidente che se non siamo in grado di garantire la sicurezza nei trasporti pubblici, oltre che sul luogo di lavoro, con i dispositivi di protezione individuali e tutto il resto, rischiamo di tornare punto e a capo nel giro di pochi giorni». 
 
 

Va infatti sempre ricordato che i dati che leggiamo oggi sono il risultato delle due-tre settimane precedenti: «Se riapriamo il 4 maggio, le conseguenze della riapertura le vedremo almeno 20 giorni dopo. Anzi rischiamo di prendere un grosso abbaglio, perché nei giorni della riapertura avremmo tutti numeri positivi dovuti al lockdown delle settimane precedenti, col rischio di allentare i livelli di sicurezza. I politici parlano di apertura-chiusura come fosse un interruttore da accendere, invece il contagio è un interruttore che accende la luce due settimane dopo. Il rischio è sbagliare in modo grossolano e senza le attenuanti dell’emergenza dei primi giorni della crisi. Serve una “personalizzazione” degli interventi di allentamento o restrizione, per evitare valutazioni locali finalizzate a improprie fughe in avanti che rischiano di danneggiare la salute pubblica: oggi la suddivisione del Paese in tre macro-aree (Nord, Centro, Sud) non riflette il rischio di evoluzione del contagio», conclude Cartabellotta. 

Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 14:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA