Il Covid e i divieti deboli

Giovedì 29 Ottobre 2020 di Carlo Nordio

«Pesate dei giuramenti con dei giuramenti - dice Helena nella più sognante commedia di Shakespeare, «Sogno di una notte di mezza estate» - e peserete il nulla».
Potremmo dire altrettanto delle promesse fatte del Governo, che vengono confrontate non con fatti concreti ma con altre promesse «evanescenti come una favola».

Perché mentre l’ultimo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) ha imposto le dure limitazioni con effetto immediato, e con il rischio di chiusura di molte attività, i cosiddetti ristori sono futuri, incerti, e probabilmente inadeguati.

Le generali proteste che ne derivano sono esecrabili quando diventano sediziose e violente. E forse sono anche inutili, visto che il Governo si è trincerato dietro l’alibi, emotivamente suggestivo, della crescita esponenziale dei contagi. Alibi tuttavia discutibile, perché tale diffusione era prevista, e avrebbe dovuto suggerire la predisposizione dei mezzi idonei a limitarla e a fronteggiarla: potenziando i trasporti, che ne costituiscono la causa prevalente, e le strutture sanitarie, destinate a sopportarne l’impatto. 

Tanto per fare un esempio, non si capisce perché si mandino obbligatoriamente in pensione tanti medici di base ancora efficienti.
Con una adeguata retribuzione aggiuntiva, e con la consapevolezza di assolvere un dovere civico, siamo certi che la stragrande maggioranza di loro rimarrebbe al proprio posto o vi ritornerebbe volentieri, come fanno i riservisti in tempo di guerra. 

Ma non saranno neanche questi aspetti a frenare il pasticciato delirio normativo del governo. Ce n’è invece uno che rischia di minarne l’intera impalcatura: ed è un aspetto a modo suo dirompente. Esso risiede in una legge, non rida il lettore, del lontano 1865 e ancora vigente, che afferma un principio singolare ma ragionevole: il giudice ordinario può, in certi casi, disapplicare un atto amministrativo, quando esso viene invocato in una controversia davanti a lui. 

Due parole per chi è sprovvisto di giuridichese. I Dpcm non sono delle leggi, e quindi non possono essere impugnati davanti alla Corte Costituzionale. Sono atti amministrativi, e come tali soggetti al giudizio del Tar e del Consiglio di Stato, che possono anche annullarli, con effetto “erga omnes” su tutto il territorio nazionale. 

Il giudice ordinario non ha invece questa facoltà, ma è investito di un potere, per così dire, incidentale. Se ad esempio si trova a decidere su una sanzione irrogata a un esercente sulla base di questo Dcpm, quest’ultimo può essere “disapplicato”. Per essere ancora più chiari: il giudice di Venezia, di Roma o di Napoli potrebbe, un domani, stabilire che, per quanto riguarda la questione da risolvere, e solo per quella, il Dcpm è viziato per motivazione mancante, insufficiente o contraddittoria. Tesi non certo peregrina, visto che non si capisce perché, ad esempio, al ristorante sia pericolosa la cena e non il pranzo. La conseguenza concreta potrebbe essere quella di consentire l’apertura dell’esercizio oltre le 18, o comunque di annullare la sanzione irrogata al proprietario trasgressore. 

E non è tutto. Su questa interpretazione del Dpcm i giudici potrebbero avere, come spesso accade, opinioni differenti, e quindi avremmo tante pronunce sulla sua validità quante le cause radicate nel Paese. E poiché è da supporre che, come tutti auspichiamo, le categorie interessate desistano da ogni forma di protesta violenta e preferiscano le vie legali, avremmo, dopo il doloroso intasamento degli ospedali, anche quello, meno allarmante ma comunque funesto, degli uffici giudiziari. 

Le conseguenze sarebbero devastanti. Sin dall’inizio, infatti, molti provvedimenti governativi sono stati contrassegnati da goffe improprietà che ne hanno reso difficile l’applicazione, e alcuni concetti ambigui come quello dei “prossimi congiunti”, o addirittura pedagogici come le ultime “raccomandazioni” sulle presenze in casa, sono incompatibili con la grammatica elementare della struttura normativa. In conclusione, e detto in termini più brutali, con quest’ultimo Dpcm la certezza del diritto è andata a farsi benedire. 

Qualcuno si domanderà perché la legge del 1865 non sia stata invocata durante la serrata di primavera. Credo che la ragione principale sia questa: che allora il Paese assisteva terrorizzato e attonito all’improvvisa carneficina, e si è adattato all’emergenza sanitaria senza sottilizzare sui cavilli legali e sulle limitazioni di quei diritti costituzionali che possono esser compressi, in via eccezionale e temporanea, soltanto dal Parlamento.

Ma oggi la situazione è diversa. Con la seconda ondata, quelle insufficienze che tutti abbiamo perdonato non sono più accettate da una buona parte di lavoratori, delusi, esasperati e impoveriti. Le promesse vecchie del governo vengono pesate con quelle nuove, e il risultato è sempre zero, perché rimane l’incongruenza tra le prescrizioni allora imposte e le interdizioni oggi proclamate. 

Ristoranti, teatri, cinema, palestre avevano ottemperato a quelle regole, con investimenti e sacrifici. Oggi quelle stesse regole vengono definite inutili, senza nemmeno spiegarne la ragione. Ecco perché questo provvedimento potrebbe essere ora pesato nella bilancia non di Helena ma della giustizia, con il rischio di essere “trovato mancante“. Un peccato che, come si legge nel libro del profeta Daniele, costò a Baldassarre, figlio di Nabonide, la perdita della vita. Ora c’è il rischio che faccia perdere a Conte la sua carica, o quantomeno la nostra fiducia.
 

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