Coronavirus, il Sud e il peso dello choc asimmetrico

Mercoledì 8 Aprile 2020 di Sergio Beraldo
È opinione diffusa tra gli economisti che lo shock prodotto dal Covid-19 sulle economie europee sarà simmetrico. Da tale opinione non consegue, tuttavia, che la contrazione dell’attività economica e dunque dei redditi sarà ovunque di pari ampiezza. L’intensità dello choc subito da ciascuna economia dipenderà presumibilmente da molti fattori, tra cui la sua specializzazione produttiva.

E dunque la sua collocazione nell’ambito della divisione internazionale del lavoro. Queste constatazioni trovano immediata applicazione anche nell’analisi dell’impatto della crisi a livello regionale. Per restare all’Italia, tutte le regioni subiranno una decisa contrazione dell’attività economica, questo è certo. Ciò che non è invece sicuro è che l’ampiezza della contrazione sarà ovunque la stessa. Né è scontato che il sentiero di recupero – se recupero vi sarà – si configurerà allo stesso modo in ogni regione. In alcuni casi tale sentiero potrebbe ricondurre in breve volger di tempo l’economia lungo la traiettoria di espansione di lungo periodo. In altri casi tale riavvicinamento potrebbe avvenire più lentamente o non avvenire affatto.

La «Nota mensile sull’andamento dell’economia italiana», appena pubblicata dall’Istat, e la «Memoria scritta» che l’Istituto nazionale di statistica ha posto all’attenzione della Commissione programmazione economica e bilancio del Senato il 26 marzo, contengono utili elementi per orientare qualche timida riflessione. Per ciò che riguarda la Campania, di grande interesse è anche la serie «Economie regionali», edita dalla Banca d’Italia, che propone un utile aggiornamento sull’evoluzione del ciclo economico nella regione. 

Sulla base di questi documenti si può prevedere che le misure di contenimento dell’epidemia causeranno uno choc poderoso sul complesso dell’economia nazionale. Alla sospensione di molte attività - che potrebbe, in un numero non esiguo di casi, convertirsi in chiusura definitiva – farà il paio il crollo della domanda, generato non solo dal crollo dei redditi, ma anche dalla riduzione delle opportunità stesse di consumo. Attualmente sono sospese le attività di 2,2 milioni di imprese (il 49% del totale, il 65% nel caso delle imprese esportatrici), cui fanno capo 7,4 milioni di addetti (44,3%). Se si considera l’incidenza dei settori attivi, il Mezzogiorno, e la Campania in particolare, si trovano allo stato in una posizione di vantaggio rispetto al Centro Nord. Per ciò che riguarda la Campania, ad esempio, l’incidenza del fatturato delle imprese operanti nei settori attualmente attivi, sul fatturato regionale complessivo, è pari al 60,5 per cento, contro il 57,2 della media nazionale (55,4 in Lombardia, 49,4 in Veneto). Una dinamica simile si osserva, qualora si voglia valutare l’incidenza degli addetti nei settori attivi sul totale. 

Questi dati non devono provocare alcuna enfasi gioiosa, naturalmente. Sia perché le condizioni di partenza e la distribuzione dell’occupazione per tipologia, sono, come noto, profondamente diverse tra le regioni (ad esempio, molto più elevata è la quota di occupazione a tempo indeterminato, dunque maggiormente garantita, nel Centro-Nord); sia perché la particolare struttura dell’offerta del Mezzogiorno potrebbe rivelarsi, nel tempo, molto più esposta alla contrazione complessiva dell’attività economica. 

Se la sospensione delle attività produttive durasse poco, famiglie e imprese potrebbero riacciuffare la fiducia che li sta subdolamente abbandonando e potrebbero rivalutare piani d’investimento o di consumo non troppo dissimili da quelli formulati in precedenza. Se la crisi persistesse, la gran parte dei piani d’investimento o di consumo formulati in precedenza dovrebbero essere probabilmente cestinati.

Per ciò che concerne la Campania, prima della sospensione delle attività produttive l’attività economica già scontava un sensibile rallentamento, manifestatosi a partire dal 2018 e ulteriormente acuitosi nel 2019. Rallentamento peraltro contenuto dal favorevole andamento della domanda estera e dal turismo. I due fattori su cui non si potrà contare nei mesi a venire. 

Il favorevole andamento delle esportazioni campane, aumentate in misura sostenuta nel corso del 2019 con il contributo di pressoché tutti i principali settori di specializzazione regionale, si è accompagnato, infatti, con una straordinaria crescita del turismo. Secondo l’indagine campionaria della Banca d’Italia sul turismo internazionale, nel primo semestre del 2019 sono aumentati, in Campania, sia gli arrivi (21,5 per cento in più rispetto al semestre corrispondente dell’anno precedente) sia le presenze di turisti stranieri (6,8 per cento in più). Anche la spesa sostenuta dai turisti stranieri è cresciuta, di ben 12 punti percentuali. 

L’industria e le costruzioni hanno esibito invece, a partire dal 2008, un veloce declino e poi un’asfittica volontà di superare una certa inclinazione al galleggiamento comodo. Ora che anche il settore dei servizi sarà piegato dalla crisi, nubi fosche si addenseranno sull’economia regionale. Al netto delle decisioni che saranno assunte dai livelli superiori di governo, occorrerà vedere se il positivo entusiasmo esibito a tratti da cittadini e istituzioni anche nei momenti più neri della crisi sanitaria, sarà conservato anche quando occorrerà confrontarsi con le nefaste conseguenze della recessione.Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 07:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA