È l'enfasi l'altro nemico da battere

Martedì 31 Marzo 2020 di Mario Ajello
Abbiamo smesso subito di cantare sui balconi (altro che pizza e mandolino). Abbiamo dato la ricetta drastica e sensata del «chiudere tutto» agli altri Paesi, spesso abituati a torto a considerarci un popolo leggerista e teatrale, e ci sono stati a sentire, accodandosi in ritardo. E bisogna uno prova a leggere secoli di letteratura italiana e straniera sul Belpaese.

È uno straordinario luogo dell’inaffidabilità e, se lo si confronta con la condotta seria che stiamo tenendo in questa emergenza, non si può che sbottare: ma quante idiozie ci sono in queste pagine! Insomma in questa battaglia abbiamo sgombrato il campo dai soliti luoghi comuni, purtroppo resistenti in certe cancellerie nord-europee più affezionate agli stereotipi che alla realtà o meglio alla comune convenienza, e stiamo dimostrando che l’Italia non è affatto o non è più il Paese di Brighella, del «sento rumore» con cui quella maschera della commedia dell’arte minimizzava la vicenda mentre veniva bastonato. 

Ma proprio per questi motivi, che fanno onore a un grande Paese quale siamo, ora tocca stare attenti a un carattere nazionale che rischia di riemergere e invece va respinto: l’enfasi. 

Sembra fare capolino il tic dell’enfasi anche quando si cerca di far passare il messaggio di un’Italia ridotta alla fame e quasi sul punto di dare l’assalto ai forni. Ma è davvero così? Certamente, specie nel Mezzogiorno, le difficoltà di vita dovute al non lavoro e al disinteresse della politica nazionale per questa fetta di Paese abbandonato a se stesso sono una tragedia vera e non valutata in tutta la sua gravità sia dalle istituzioni sia purtroppo dall’opinione pubblica non meridionale. Ma premere il tasto dell’emozionalità, e indulgere quasi in maniera granguignolesca (che cinico buonismo!) sulle sofferenze del popolo per populisticamente rilanciare una medicina letale somiglia a un richiamo della foresta. Segna una regressione mascherata da modernità.

Reddito di cittadinanza addirittura universale - si veda il post di Beppe Grillo che ovviamente sta spopolando - per riemergere dall’epidemia, dopo che questa dei grillini è stata una delle misure che ha tolto allo Stato soldi che potevano essere impegnati meglio, anche nel campo della salute? Suvvia. E ancora. Un Paese che finora ha dato una buona prova di sé, e che sta convincendo tutti che solo sforando il patto di stabilità c’è un futuro per le varie parti dell’Europa e per l’intero continente, può essere quello in cui torna la retorica sui costi della politica che serve a rilanciare una battaglia di partito già discutibilissima prima ma che ora appare del tutto fuori contesto? I poveri si salvano destinando loro quei pochissimi risparmi forse derivanti dai tagli al Parlamento? L’esagerazione oleografica al servizio di un populismo interessato non è la faccia migliore dell’Italia.

Il contrario dell’enfasi è l’equilibrio. Quando si dice per esempio - e ormai si va dicendo da più parti - cominciamo a pensare a quando potremo riaprire alcuni settori produttivi, si pone un tema reale. Che è quello della ripartenza in un mondo che non sarà più quello di prima e occorre stare bene attenti a come attrezzarsi. Ma anche qui: è eccitazione a vanvera gridare ricominciamo-rincominciamo-rincominciamo. E subito! Non servono né slogan né punti esclamativi. Occorre viceversa un approccio ponderato e darsi un metodo con cui seriamente lavorare. Vanno valutate cioè, in maniera scientifica, incrociando dati e analisi di prospettiva, le possibilità pratiche su come fare per riaprire gradualmente i settori produttivi. Un Paese maturo agisce così. Sapendo che il futuro dipende da un attento esame del presente. Non aiuta l’impazienza ma solo l’insistenza su un approccio virtuoso come quello (al netto di errori anche gravi sia del governo sia di alcuni governatori) avuto dagli italiani finora. Senza false credenze, senza lagne e senza furberie, si può progettare il Corona-exit. 

Questo è il momento in cui Luigi Einaudi - lo statista delle Prediche inutili, spesso poco amato perché poco enfatico - andrebbe riletto da cima a fondo. Diceva che «le crisi sono il prezzo da pagare perché le nuove idee, le nuove scoperte, i nuovi metodi di organizzazione del lavoro possano affermarsi». E ancora: «Senza le crisi, non avremmo avuto le ferrovie, le bonifiche, le città moderne». Dunque serve la ragione come edificazione. Tutto il resto attarda o distrae.
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