Coronavirus: Sud salvato da chiusura, clima mite e minore inquinamento

Sabato 11 Aprile 2020 di Marco Esposito
Coronavirus: Sud salvato da chiusura, clima mite e minore inquinamento

Il Mezzogiorno è un caso di «straordinario successo», ha certificato il Consiglio superiore di sanità. E in effetti i numeri, sia nel confronto nazionale sia in quello europeo, parlano chiaro. Il Sud Italia è, insieme alla Grecia, l’area con meno casi diagnosticati d’Europa in rapporto alla popolazione. Qual è la ragione di tale risultato? Ce ne è una certa e ve ne sono alcune che, sia pure non ancora provate, fanno discutere il mondo scientifico: effetto clima, immunità genetica e, soprattutto, tasso d’inquinamento. Partiamo dalla ragione certa: il blocco tempestivo, prima che il virus avesse troppo tempo per girare indisturbato grazie alle nostre gambe.

 


Sull’importanza della chiusura anticipata concordano il presidente del Consiglio superiore di Sanità Franco Locatelli, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità Silvio Brusaferro, il rappresentante italiano nell’Organizzazione mondiale della Sanità Walter Ricciardi e i virologi Andrea Crisanti e Alessandro Perrella. A parlare sono le date e i numeri. L’8 marzo su tutti i siti informativi e le televisioni del mondo la notizia principale è la chiusura del Nord Italia per contrastare l’epidemia. Chiusa la Lombardia, chiuse quattordici province di Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Marche. Il Covid 19 aveva ucciso il primo italiano il 21 febbraio ma, come si è capito in seguito, circolava nel Nord Italia già da settimane e ormai i casi diagnosticati quell’8 marzo erano più di settemila. Cosa fa il resto d’Europa? Osserva commosso l’Italia nella convinzione che in casa propria il problema sia sotto controllo. 
 
 

In quel momento i casi diagnosticati sono 1.209 in Francia, 1.176 in Germania, 1.073 in Spagna, 374 in Svizzera e 131 in Austria. Numeri che, in rapporto agli abitanti, sono simili all’area che comprende Mezzogiorno e Lazio. Nove regioni che, tutte insieme, sommano appena 336 casi diagnosticati. Nulla di allarmante. Ma l’allerta, lo ricordiamo tutti, nel Sud Italia scatta e fortissimo quando arrivano le immagini dei meridionali che si mettono in viaggio, con i treni, con gli autobus, con le automobili, per lasciare la Lombardia e tornare al Sud. Quell’allarme porta il governo Conte ad estendere subito la chiusura a tutta Italia, già il 9 marzo, con il Sud salito intanto a 405 casi. Tra gli altri Paesi europei soltanto la Grecia fa qualcosa di simile: chiude immediatamente le frontiere anche se imporrà il blocco assoluto solo il 23 marzo, ma prima che ci sia anche un solo morto. Vero che l’ondata di migranti di ritorno arriva al Sud con il suo carico infettivo, ma arriva in regioni dove è già attivo il distanziamento sociale, peraltro rafforzato da provvedimenti tempestivi di molti governatori. La Spagna invece per agire aspetta una settimana dalla chiusura della Lombardia, quando ormai i casi sono 7.798; e sappiamo che quelli conclamati sono sempre molto meno di quelli reali. La Francia segue il giorno dopo, con i casi arrivati a 6.650. La Svizzera aspetta fino al 21 marzo, e ormai anche lì i casi sono 6.575. La Gran Bretagna, dopo molti tentennamenti, si adegua il 23 marzo, quando i casi diagnosticati toccano i 6.726.
 

Sembra proprio che la soglia psicologica per spingere i governi a far scattare i provvedimenti drastici sia tra i 6 e i 7mila casi. Ma è una soglia che si rivela troppo alta per bloccare davvero il virus e così tutti i Paesi europei oggi si trovano con un numero di contagi superiore a 100 per ogni 100mila residenti (la Gran Bretagna è ancora a 99 ma con un trend in forte crescita, ieri ha contato 980 morti). Tutti tranne due: la Grecia (addirittura a 18) e quella sorta di «Paese nel Paese» che è il Mezzogiorno, a quota 65. Va specificato che non è sufficiente che sia imposta una regola, va anche rispettata e il Mezzogiorno si è pienamente allineato al resto d’Italia secondo il monitoraggio di Google. Nel mondo soltanto Israele ha fatto meglio dell’Italia con una aumento delle persone stabilmente a casa del 30%. L’Italia è al 24% ma con differenze regionali minime: 23% in Piemonte e Campania; 24% in Lombardia, Emilia Romagna e Lazio; 25% in Veneto, Toscana, Puglia e Sicilia. Naturalmente differenze regionali nei contagi esistono anche in altri Paesi e però nessuno ha il dualismo netto dell’Italia, ovvero all’interno del proprio territorio la macrozona più colpita e la meno colpita d’Europa. In Spagna per esempio l’Andalusia, nell’estremo Sud, ha comunque raggiunto un valore di 113 contagiati per centomila abitanti e l’andamento dell’epidemia è stato identico nei tempi a quello dei Paesi Baschi, nell’estremo Nord. Tuttavia una tendenza del virus a colpire più il Nord che il Sud del Paese c’è, così come c’è in Francia dove le località più colpite sono nel Nordest.
 
 

Il blocco tempestivo, quindi, non è detto che spieghi del tutto il successo del Mezzogiorno. E gli esperti valutano altre ipotesi. Il più prudente è Ricciardi, dell’Oms: «La chiusura del Sud Italia prima che il Covid 19 dilagasse è un fatto. Altre ipotesi non si possono escludere, ma al momento non sono provate». Posizione analoga per Locatelli, Css: «Il successo dell’azione di contrasto molto probabilmente dipende dalla chiusura anticipata, ma non si possono escludere con certezza altri fattori tipo genetica, immunità pregresse, clima, minore inquinamento». Brusaferro, per l’Iss, tra le ipotesi integrative ne predilige una, l’effetto climatico. «Il recente studio di Harvard che correla inquinamento e diffusione del Covid 19 - dice - è solido e sollecita una riflessione importante, però dobbiamo essere consapevoli che va fatta un’analisi di dettaglio. Dobbiamo approfondire questo argomento e i ricercatori dell’Iss lavoreranno su questo tipo di scenario». Secondo il virologo di Padova Crisanti, l’esperto che è riuscito a contenere il contagio in Veneto, a influire potrebbe essere il clima. Una valutazione che però più che una certezza è un auspicio: «Lo spero, lo speriamo tutti». Il virologo campano Perrella invece è più possibilista. A suo parere, oltre alla chiusura tempestiva che è il fattore principale, il Sud potrebbe essere stato favorito dall’immunogenetica e dal ridotto inquinamento: «C’è uno studio del 2016 dell’Ateneo di Bologna che ha analizzato il Dna di 800 italiani originari di venti province e ha evidenziato nell’Italia del Sud una risposta potenziata contro i batteri responsabili di tubercolosi e guerra». Ovviamente è troppo presto per un’analisi simile sul Covid 19 ma l’ipotesi è in campo. 

Più concreto il ragionamento sul fattore inquinamento, citato anche da Brusaferro. L’ipotesi che i virus viaggino meglio con le polveri sottili non è nuova. C’è uno studio del 2015 coordinato dalla Regione Lazio chiamato Viias e cioè Valutazione integrata impatto dell’inquinamento atmosferico sull’ambiente e sulla salute in Italia che prevedeva per il 2020 una mortalità aggiuntiva da PM10 e PM25 soprattutto nel Nord Italia e nell’area di Napoli. Uno studio aggiornato e con un’ipotesi suggestiva e apparentemente plausibile, anche se ancora priva del bollino di validazione scientifica, è stato preparato dalla Sima, Società italiana di medicina ambientale, con la collaborazione delle Università di Bologna e di Bari. «I virus - si legge nel rapporto - si “attaccano” (con un processo di coagulazione) al particolato atmosferico, costituito da particelle solide o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze». Secondo la ricerca, sia pure in forma dubitativa, le analisi «sembrano quindi dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di “boost”, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia».
 

Ultimo aggiornamento: 13:40 © RIPRODUZIONE RISERVATA