Coronavirus Italia, in un mese zero euro: imprese, commercianti e artigiani tremano

Domenica 12 Aprile 2020 di Nando Santonastaso

Com’è lontana la Svizzera che in poche più di 6 ore, solo 6 ore, prima autorizza la richiesta di credito di un’impresa del Trentino-Alto Adige e poi le fa trovare i soldi in banca. Da noi, a circa un mese ormai dal primo Decreto legge del governo per l’emergenza Covid-19, approvato il 16 marzo, sono proprio i soldi a mancare. Tutti o quasi. Non solo quelli previsti per la liquidità alle aziende, annunciati pochi giorni fa ma già accompagnati da molte perplessità operative anche per la soglia minima dei 25mila euro. No, sul piatto non ci sono ancora i 600 euro destinati ad autonomi, partite Iva, artigiani, professionisti, commercianti e stagionali un esercito di circa 5 milioni di unità. E nemmeno gli assegni di cassa integrazione in deroga, la boccata d’ossigeno da 1,3 miliardi per i lavoratori dipendenti da aziende, enti e società che l’emergenza sanitaria ha costretto a casa: si era detto che in 30 giorni dal Decreto sarebbero arrivati ma ora che alla scadenza mancano appena 4 giorni sembra difficile mantenere l’impegno. E meno male che almeno i 400 milioni stanziati dal governo per tamponare le emergenze alimentari delle famiglie più deboli, con i buoni spesa da 50 e 25 euro, sono materialmente a disposizione dei Comuni: il Tesoro li ha liberati il 2 aprile unitamente ai 4,3 miliardi di anticipo del Fondo di solidarietà, fino allo scorso anno utilizzabile solo da fine maggio. La distribuzione agli aventi diritto sarebbe già iniziata nei Comuni più piccoli (ma il dato è da prendere con le molle visto che non tutti i sindaci lo confermano) mentre per quelli più popolosi si conta di completarla entro fine mese. Per tutto il resto, invece, i tempi di attesa rimangono incerti nonostante il fatto che l’emergenza liquidità, dalle famiglie alle imprese, sia la priorità assoluta del Paese sul versante socioeconomico. Pesa, ancora una volta, l’elefantiaca macchina burocratica del Paese, per di più rallentata nei giorni scorsi dai vistosi problemi tecnologici dell’Inps cui spetta la materiale erogazione delle risorse in questione. Ma la zavorra è fatta anche di norme complesse, a volte contraddittorie (come vedremo per i professionisti), e non sempre di facile interpretazione persino per gli addetti ai lavori. 

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Nessuno degli aventi diritto ha ancora incassato il bonus e la prospettiva si allontana di più per quelli che saranno aggiunti con il decreto di aprile, dai lavoratori in nero a colf e badanti. L’Inps per la verità aveva già indicato la seconda metà del mese di aprile per l’avvio dei pagamenti, considerata l’enorme mole di richieste e la novità del provvedimento. Ma sono in tanti a temere che ci possa volere più tempo. «Non si è visto nulla – dice sconfortato Sergio Silvestrini, segretario generale della Confederazione nazionale dell’artigianato – e per il nostro popolo degli artigiani a partita Iva sono giorni difficili, angosciosi. I soldi devono arrivare subito, qui dopo la paura per il virus siamo già passati all’ansia della riapertura: se non si riprende a lavorare anche i soldi dello Stato rischiano di diventare inutili, oltre che già insufficienti». Se artigiani, commercianti e pmi tremano, anche i professionisti hanno più di un diavolo per capello: la riduzione della platea dei beneficiari, arrivata con il Decreto liquidità, ha rimescolato le carte proprio mentre le Casse previdenziali erano ormai pronte a ad anticipare il bonus. «Il nuovo provvedimento del governo ha di fatto escluso dall’integrazione al reddito sia chi svolge un’attività da dipendente, con una posizione Inps cioè, sia chi è iscritto a più di un ente previdenziale», spiega Enricomaria Guerra, dottore commercialista e motore del Comitato dell’Ordine di Napoli Nord che ha promosso due seguitissimi dibattiti in rete sul rapporto banche-imprese (relatori, tra gli altri, il presidente della Bcc di Napoli Amedeo Manzo e il Direttore generale della Bcp Felice Delle Femine). Dallo stop si sono salvati solo i consulenti del lavoro in virtù delle 8,200 domande arrivate al 3 aprile. Tutti gli altri, e parliamo di una platea di 423.376 domande di cui 410mila già ammesse, sono rimasti al palo, almeno finora. In testa gli psicologi, i geometri e gli avvocati. Per ora, le risorse disponibili non superano i 200 milioni: basterebbero per un massimo di 333mila aspiranti.
 


Per la cassa integrazione in deroga, come detto, il piatto piange. Anche in questo caso, come detto, tocca all’Inps erogare l’assegno dopo che la pratica è stata istruita dalle Regioni. Ma proprio qui, per molti, si è voluto inutilmente complicare le cose con il rischio di un inutile allungamento dei tempi: «L’Istituto poteva benissimo procedere da solo, conoscendo già le buste paga dei lavoratori destinatari della misura, si è creato un collo di bottiglia di cui si poteva fare a meno vista l’urgenza», spiegano gli esperti in materia. Oltre tutto per questo tipo di Cassa integrazione l’anticipo da parte del datore di lavoro è facoltativo: chi ha risorse sufficienti oltre che una certa sensibilità può farlo di tasca propria, altrimenti bisogna attendere che l’iter sia completato. L’accordo raggiunto da Inps e Abi per l’anticipo della Cigo da parte delle banche è utilissimo a condizione che i tempi per le verifiche siano celeri. Non sono una buona notizia ad esempio i ritardi con cui le Regioni stanno trasmettendo le istanze all’Inps. Poche, come la Campania si sono messe subito pancia a terra per accelerare al massimo le “istruttorie”. A ciò si aggiunge l’allarme per il mancato inserimento di intere categorie di lavoratori stagionali tra quelle, come i termali o i balneari, già coperti dalla Cigo: mancano gli aeroportuali, ad esempio, o gli autisti Ncc ma l’elenco è più lungo di quanto si possa immaginare. 
 

Ultimo aggiornamento: 18:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA