Sanità, la disfatta dei luoghi comuni: ma no alla guerra tra Nord e Sud

Venerdì 10 Aprile 2020 di Titti Marrone
A Napoli si dice «togliersi i paccheri da faccia», levarsi dal viso gli schiaffoni assestati da qualcuno a mano aperta, e rispedirli al mittente. E ora alzi la mano chi, tra i napoletani, può dire onestamente di non stare provando, nascostamente o in modo esplicito, quella sensazione. Prima quando Sky United Kingdom ha indicato l’ospedale Cotugno come la struttura modello a livello mondiale per la cura dei malati di Covid-19. Poi, di fronte al disastro della sanità lombarda, nel vedere ribaltata verso nord l’accusa costante, l’assalto continuo del pregiudizio antimeridionale sul napoletano indicato come incapace o imbroglione o le due cose insieme.

L’accusa è stata rispedita al mittente dai fatti dolorosi che segnalano le gravissime responsabilità e défaillances di chi gestisce la sanità lombarda tante volte dipinta come eccellenza italiana e invece emersa dalle inchieste giornalistiche di questi giorni, per giunta dopo la sottrazione di milioni di euro e tagli micidiali alle strutture pubbliche, con tutt’altro profilo: con ospedali trasformati in fabbriche di contagi, medici e infermieri allo sbaraglio senza protezioni sanitarie, case per anziani ridotte a lazzaretti con innumerevoli morti occultate. E non c’è dubbio che, a consolidare la tentazione di cogliere in questa tragedia l’occasione per “togliersi i paccheri da faccia”, molto abbia concorso il riemergere del pregiudizio nei giorni di avvio dell’emergenza Covid-19. 

Si è cominciato montando, in modalità “televisione-ring”, l’attacco del dottor Michele Gallo al nostro valentissimo professor Paolo Ascierto. Si è continuato con false notizie, prontamente confutate, come quella sui 249 medici del Cardarelli che si sarebbero messi in malattia per scansare l’emergenza. C’è stato chi, cercando di spiegarsi il record di contagi in Lombardia, ha invocato la presunta circostanza che vedrebbe “al Nord abitanti più ligi, perché tutti vanno a lavorare”, mentre al Sud ci si gratterebbe la pancia. Quanto ai soliti giornali che senza il sistematico quanto inopinato attacco al Sud si vedrebbero costretti a ridurre drasticamente la foliazione, non ci hanno fatto mancare titoli come “Quarantena alla napoletana, tutti in strada” in giorni in cui in molte città del centro-nord si poteva vedere l’identico fenomeno di strade troppo frequentate, non solo in conseguenza di qualche precipua forma d’indisciplina sudista.

Si potrebbero aggiungere numerosi altri esempi di luoghi comuni antimeridionali rinforzati con il Coronavirus. I social non fanno che riproporli, con il corollario di veementi risposte da parte di chi se ne sente ferito e reagisce a sua volta attaccando in modi spesso scomposti, o anche opponendo allo stereotipo un luogo comune uguale e contrario. Emergono così suscettibilità esagerate, livelli di odio feroce, a volte per frasi fraintese o decontestualizzate. Da una tempesta virulenta di critiche e reazioni offese è stata coinvolta anche Myrta Merlino, che ieri su questo giornale si è scusata spiegando come la frase pronunciata a L’aria che tira - «per me è incredibile, non ci aspettavamo che l’eccellenza arrivasse da Napoli» - sia frutto della concitazione della diretta ma non certo della sottovalutazione di una realtà che peraltro, da napoletana, racconta spessissimo con attenzione, competenza e orgoglio di appartenenza.

Dovremmo avere ben presente che questa non è una gara Nord-Sud. La macabra contabilità dei morti, che siano lombardi o campani, è una tragedia collettiva che non lascia spazio ad arroccamenti o distinguo territoriali. Mai come nel momento in cui viviamo una tragedia spiazzante, inaspettata ma destinata a durare, proprio non si sente il bisogno di riproporre i soliti stereotipi, né da una parte, né dall’altra. E se è deplorevole, anzi insopportabile il riemergere di sentimenti antimeridionali, contrapponendo loro un sudismo difensivo fatto di insulti e gloriosi primati non si andrà da nessuna parte. Perché la parte dove ci troviamo, milanesi, napoletani, veneti, pugliesi, è una sola perché uno solo è l’antagonista.

Non dimentichiamo la lezione del colera del 1973: allora i morti furono un numero mai accertato, tra i 12 e i 24. Pochi, ma questa è una cosa scivolata via nel ricordo perché la percezione dell’accaduto fu enorme anche a causa dell’amplificazione mediatica che appiccicò addosso ai napoletani l’etichetta di «colerosi» rinverdita spesso negli stadi, come avvenuto all’ultimo incontro Atalanta-Napoli. Quell’etichetta di «colerosi» però, per beffarda nemesi estensiva, sarebbe stata poi usata per anni dopo il 1973 anche contro i settentrionali all’estero, in uno sberleffo razzista e feroce che si ribaltò anche su di loro. Dovrebbero ricordarselo tutti, perché essere nella stessa barca vuol dire che il nemico da battere non è il Nord per il Sud, o il Sud per il Nord ma, per il mondo intero, il virus. E chi ha visto o rivisto ieri sera in televisione Napoli milionaria sa quanto valore assuma oggi la frase topica di Eduardo, perché la nottata che deve passare è la stessa per tutti. Napoletani, milanesi, olandesi, tedeschi, statunitensi. Ultimo aggiornamento: 07:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA