Quelli che volevano chiudere tutto ​anche se non serviva

Venerdì 14 Agosto 2020 di Luca De Fusco
Fa un certo effetto leggere i verbali del comitato tecnico scientifico che sconsigliava la chiusura totale del Paese.

Al tempo stesso il Cts auspicava invece una chiusura parziale, limitata alle zone più colpite. Per mesi alcuni di noi avevano predetto, anche sulle pagine di questo giornale, che l’incapacità di una chiusura parziale avrebbe provocato enormi danni all’economia meridionale. Questi danni sono ora calcolati dall’autorevole Svimez in ben cento miliardi. Non ci volevano menti geniali per intuire la pericolosità a medio termine di una chiusura indifferenziata. Invece di cercare di inviare messaggi mediatici indirizzati al turismo internazionale che potevano far percepire un’enorme differenza di rischio tra, per esempio, visitare Milano o Palermo, si è puntato tutto sul pericolo a breve termine, senza progettare, verbo che dovrebbe essere la Bibbia di una buona classe dirigente.

Chi reclamava le ragioni del turismo era guardato con irrisione. Ora ci troviamo davanti ad una crisi economica spaventosa e di cui nessuno è in grado di delimitare i confini e siamo forse ancora più impreparati all’arrivo di questa emergenza di quanto non fossimo all’arrivo di quella sanitaria.

Si potrà obiettare che è facile parlare adesso che si è riusciti a salvare il Mezzogiorno dal contagio ma bisognava essere lucidi nei primi, terribili mesi. In realtà alcuni di noi queste cose hanno iniziato a dirle quasi immediatamente ed è ormai ammesso a mezza bocca dalla maggioranza degli esperti che la soluzione migliore sarebbe dovuta essere quella di una chiusura anche più tempestiva ma limitata a zone piccole e circoscritte. Era certamente assai arduo blindare solo alcune regioni italiane. Tanto è vero che quando si sono levate proposte di questo tipo alcuni commentatori, ricordo un articolo di Panebianco, contrattaccarono parlando di odio anti settentrionale e scarsa cultura industriale. In realtà non c’era proprio nessun razzismo al contrario nel chiedere un diverso lockdown per la Lombardia e nulla di paradossale nel tentare di proteggere l’economia della parte più fragile del Paese. Chiudendo l’intera Italia le difficoltà dello Stato sono ricascate sui cittadini. Avere problemi di ordine pubblico nel bloccare treni e autostrade verso il Sud non era una buona ragione per mettere agli arresti domiciliari metà della popolazione. Avere nel Sud una sanità in grave stato di inferiorità rispetto al Nord non era una buona ragione per infliggere punizioni ai meridionali. Ma se la strategia della chiusura totale era criticabile vista da Roma ancora più assurda diventa se letta attraverso le vicende regionali.

Scrissi già su queste colonne che Fontana, propugnatore di una veloce ripartenza, si comportava come fosse De Luca, e quest’ultimo, sostenitore della linea della chiusura più radicale, si comportava come fosse Fontana. Il nostro governatore è riuscito genialmente a far parlare di sé come sceriffo che ci proteggeva dalla malasanità campana senza che a nessuno venisse in mente di ricordargli che era lui stesso il responsabile di questa malasanità da cinque anni. Novello Edipo si ergeva a difensore della peste a Tebe senza che nessuno gli chiedesse perché la peste fosse più temibile da noi invece che in Veneto. In questo modo i campani, dopo aver dovuto sopportare il peso del turismo sanitario per andarsi ad operare al Nord, hanno dovuto scontare una seconda volta questo peso mentre De Luca riusciva a passare come una sorta di San Gennaro che bloccava il virus alle porte della Regione. Invece di uscire dal lockdown per primi abbiamo cercato di farlo per ultimi, sperando di tenere a bada la disperazione col terrore. Una politica elettoralmente astuta, che protrarrà la prevalenza del terrore forse oltre il 20 settembre ma alla fine miope . Mentre il simbolo positivo del Nord era rappresentato da Zaia, che con notevole sangue freddo teneva a bada il panico dei veneti, noi diventavamo mediatici per la teatralità del nostro governatore che , come un nuovo capitan Fracassa, veniva «postato» perfino da Naomi Campbell come fenomeno di colore. La Capria parla ne «L’armonia perduta» della napoletanitá come di una maschera grottesca, una parodia della nostra cultura che tutto tramuta in spettacolo.

Non riusciamo ad uscire da questa deformazione di noi stessi. Così, oscillanti tra Masanielli napoletani e Masanielli salernitani, abbiamo perso l’ennesima occasione per pensare a noi stessi in termini più razionali. Se Voltaire si presentasse al prossimo turno elettorale prenderebbe solo i voti dei propri congiunti, molti meno di quelli dei candidati che in questi giorni spostano le proprie pedine dalla destra alla sinistra come marinai che si strappano il timone in modo convulso, disinteressati alla tragica realtà che sta per portare sugli scogli la loro nave.
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