Bimba morta appena nata, la madre: «Era sulla mia pancia e piangeva, nessuno ci ha aiutati»

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Leandro Del Gaudio

Perché hanno mandato una sola ambulanza? Perché non c’era l’incubatrice su quel mezzo? Domande di una donna, di una madre che ha perso la figlia nata prematuramente al sesto mese di gravidanza. È ancora in ospedale, reduce da una emorragia, Maria Pappagallo, accudita dal marito Mario Conson. Fisicamente sta reagendo, mentalmente è devastata. Affida a Il Mattino la sua richiesta di giustizia: «Ho visto nascere la mia piccola, l’ho sentita piangere e muoversi. L’ho appoggiata sulla mia pancia, le ho dato calore, come mi ha suggerito il ginecologo al telefono. Mio marito era in contatto con quelli del 118, ricordo che una signorina mi ha anche risposto male, dicendomi che non era il caso di fare altre telefonate. Intanto, la piccola era lì sulla mia pancia, ho sentito la sua forza, il suo respiro, il suo pianto. La sua voglia di esserci, di stare al mondo. E io pregavo che qualcuno venisse a darci una mano». Poi che cosa è successo? «Sono arrivati un medico e una infermiera a mani nude. Avevano una borsa, ma non avevano strumenti per soccorrere mia figlia, hanno provato una manovra di rianimazione, poi ci hanno trasportato in ospedale. Perché non sono venute due ambulanze? Perché non c’era l’incubatrice? Mi hanno trasportata in un sacco con le maniglie, ma solo grazie a mio marito che aiutava il medico e l’autista, mentre l’infermiera teneva la piccola. Mi domando: perché non c’erano almeno due ambulanze con più persone a bordo? Avevamo spiegato che si trattava di un doppio intervento e che avevo partorito prematuramente. Chiedo giustizia per tutte le madri che, in questo difficile momento, combattono per mettere al mondo un bambino». Una vicenda amara, da calare in un contesto sanitario condizionato dalla pandemia. Classe 91, positiva al Covid, lunedì mattina Maria ha partorito la piccola che portava in grembo. Epilogo tragico. La telefonata al 118, l’ambulanza, il medico che prova una manovra sul corpicino, il taglio del cordone ombelicale, la corsa al secondo policlinico, la morte della piccola. Tutto in un’ora, dalle 6.44 alle 7.50, quando viene constatato il decesso (la donna era ancora in ambulanza, in attesa dell’accettazione in ospedale). 

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Un dramma che ora spetta alla magistratura chiarire. Inchiesta condotta dal pm Ciro Capasso, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Simona Di Monte, sequestrate salma e cartelle cliniche, si attendono gli esiti dell’autopsia, probabilmente per la prossima settimana. Omicidio colposo, al momento, è l’ipotesi battuta dalla Procura. Difesi dai penalisti Angelo Marino e Marcello Severino, i coniugi chiedono un accertamento dei fatti, per capire se è stato messo in campo ogni sforzo per salvare la vita della piccola. Ha spiegato Mario Conson: «Ho chiamato il 118 alle 6.44, 31 minuti dopo è arrivata l’ambulanza. Ci è sembrata una eternità, eppure abitiamo nel Borgo di Sant’Antonio e l’ambulanza proveniva dall’ospedale San Gennaro». 

Ma al centro dell’esposto non c’è solo la tempistica. Verifiche in corso anche sulla qualità dell’intervento effettuato da medici e infermieri del pronto soccorso. Al lavoro, gli agenti del commissariato Arenella, agli ordini del dirigente Angelo Lamanna, si attendono gli esiti degli accertamenti irripetibili. Acquisite le telefonate al 118, ma anche la testimonianza dei vertici del servizio di Pronto soccorso. Secondo Giuseppe Galano, responsabile del 118, non ci sono stati ritardi e l’ambulanza era provvista del presidio sanitario necessario. Resta una domanda: perché mandare una sola vettura per due casi di codice rosso? 

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Ultimo aggiornamento: 12:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA