Coronavirus, se comandano incompetenza e incoerenza

Mercoledì 26 Febbraio 2020 di ​Massimo Adinolfi
Io non ho capito: per il governo, non bisogna chiudere le scuole nelle zone in cui non sono comparsi focolai di infezione. Ma il sindaco di Napoli De Magistris, prima ancora che si diffondesse la notizia di due donne contagiate fuori da Napoli, ha deciso, con doti da rabdomante, ugualmente di chiudere le scuole fino a sabato.

La giustificazione è stata: disporre una «massiccia attività di igienizzazione e sanificazione». Dice che così saremo tutti più sicuri e sereni, mentre io mi sentirei molto più sicuro e sereno se le parole delle autorità locali e quelle del governo nazionale andassero nella stessa direzione.

Io non capisco nemmeno il presidente della Regione Lombardia, Fontana, quando dice che questa epidemia di coronavirus è poco più di una normale influenza. Ma per qualcosa che è poco più di una normale influenza nessuno sospende i servizi educativi delle scuole di ogni ordine e grado, mi pare, o chiude musei e istituti di cultura, come si legge nell’ordinanza regionale. Nessuno sospende “manifestazioni o iniziative di qualsiasi natura e ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato”, come ancora si legge nella predetta ordinanza. E dunque? Cosa dobbiamo considerare rassicuranti, le parole o l’ordinanza? E quanto è rassicurante il presidente del Consiglio, quando lascia intendere che forse dovrà avocare a sé i poteri delle regioni, per fronteggiare l’emergenza? 

Io non ho capito neanche perché il presidente Conte, nell’annunciare le misure di contenimento adottate per decreto legge al fine di tutelare il bene della salute degli italiani, si sia fatto da solo la seguente domanda: «Vogliamo fare dell’Italia un lazzaretto?». Certo, ha subito risposto che no, non è quella l’intenzione (meno male!), ma mi domando se conosca quell’aureo libretto di George Lakoff, “Non pensare all’elefante”. Perché se qualcuno mi dice di non voltarmi, il primo istinto è quello di farlo. E allo stesso modo, se uno ti dice non pensare all’elefante, il primo pensiero va al pachiderma. E così Giuseppe Conte, se voleva che nessuno pensasse a cose come i lazzaretti, l’ultima cosa che doveva fare era nominarli. E invece.

L’elenco delle cose che non si dovevano fare, per evitare di portare il paese sull’orlo di una crisi di nervi, temo tuttavia che sia anche più lungo. E comprende anche cose come le maratone televisive o gli scontri istituzionali, gli scienziati che si rimbeccano l’un l’altro e gli accaparramenti insensati. Mi augurerei ora che si riesca a rimediare a tutto ciò, a ritrovare un filo di razionalità e a dare la giusta misura alle cose, ma certo: se dovessi dire che finora ci si è riusciti, che si è dato prova di competenza, autorevolezza e serietà mentirei. Ho anzi paura che si sia data l’impressione opposta. E non mi riferisco naturalmente alla valutazione del rischio rappresentato dal virus Covid 19: quella spetta senz’altro alla comunità scientifica.

Mi riferisco invece alla gestione del rischio, che è di competenza della politica: sono i politici che devono assumersi le loro responsabilità, e devono farlo valutando, insieme ai rischi, i benefici. Per poi scegliere. Perché è ridicolo anche solo pensare che si possano azzerare i rischi, e avere solo benefici. Non esistono prevenzioni assolute, precauzione assolute, sicurezze assolute. E invece giorno dopo giorno sembra che la politica sia impegnata in una assurda gara a dimostrarsi più realista del re. Se tu chiudi le scuole per un giorno io le chiudo per una settimana, e se tu le chiudi nel Lombardo-Veneto io le chiudo nel Regno di Napoli. Tu chiudi i bar in prima serata (è noto che i virus non amano far tardi) e io, per mettere le mani avanti, ti svuoto gli stadi. Salvo poi accorgersi che la vita deve continuare, che se la salute è il primo bene dal punto di vista della rilevanza costituzionale, ve ne sono, ve ne saranno pure un secondo, un terzo e un quarto che non si possono gettare alle ortiche per paura di passare per irresponsabili. Chi ha paura trasmette paura, e francamente non mi pare proprio che la maniera ondivaga di procedere in questi giorni abbia contribuire a rasserenare il clima. 

Perché il punto è proprio questo: non semplicemente la gravità e la proporzionalità delle misure adottate, che non voglio giudicare, ma la coerenza fra l’insieme delle decisioni assunte e i comportamenti e le dichiarazioni che le hanno accompagnate. Una volta di allarme, un’altra di rassicurazione. Il giorno prima si minimizza, il giorno dopo si compiono scelte draconiane.

Non so se avete mai avuto la sventura di essere inseriti in una chat di genitori, che seguono l’andamento scolastico dei loro figli. Io penso che, per il livello di premurosità, di ansietà, di preoccupazione e finanche di isteria che si raggiunge, quelle chat andrebbero chiuse domani mattina. Ma a volte, ascoltando il dibattito pubblico, ho l’impressione che tutto il Paese ci sia finito dentro. E non sa come uscirne.Ultimo aggiornamento: 27 Febbraio, 07:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA