L'antivirus senza strategia globale

Lunedì 10 Agosto 2020 di Mauro Calise
D’accordo. Durante la fase più acuta dell’emergenza, sotto i bombardamenti del Covid, era prevedibile che i diversi paesi reagissero in ordine sparso. Il disastro cinese sottovalutato – anche per colpa dei cinesi – la Termopili italiana prima derisa e poi presa ad esempio, il modello svedese idolatrato e un mese dopo ridimensionato, le tigri asiatiche che avevano azzeccato tutto, anzi quasi, anzi forse no. E gli Usa e il Brasile vittime dei loro presidenti negazionisti. Insomma, ognuno per se e il Covid per tutti. Con l’OMS a fare autocritica, ma tanto erano pochi a darle retta. Ci sta. Sotto i bombardamenti contano – molto – gli orientamenti politici dei governi, le culture nazionali (che bravi i sudcoreani a usare l’app, e gli italiani a andare al fronte generosamente a mani nude), i sistemi sanitari (quelli pubblici molto più efficienti e inclusivi di quelli privati). Ma ora? Ora che stiamo tutti discutendo su quando – e in che misura, in che forme – il virus tornerà all’assalto, possibile che non ci sia uno straccio di coordinamento internazionale? 

Che non si provi a mettere in campo strategie di risposta comune, almeno tra i paesi che godono di una solida base di rapporti fiduciari e diplomatici?
Metto da parte, per carità di patrie, il fronte del contrattacco sanitario. È già un miracolo che gli europei, con il Mes, abbiano creato un fondo cui attingere per tamponare le falle principali dei rispettivi circuiti di intervento – ospedalieri e territoriali – per fronteggiare il ritorno della pandemia. E sarebbe illusorio pensare di poter convincere Trump o Bolsonaro a mollare le proprie posizioni para-negazioniste, e fare fronte comune nella lotta al Coronavirus. Dietro le diverse visioni politiche sono fin troppo visibili strutture – di diseguaglianza e assistenza – sociali radicalmente diverse dalle nostre. Ma in altri settori, legati alla crisi covid ma non direttamente agli interventi sanitari, perché non si prova a condividere – in questa fase di preparazione – gli indirizzi con cui i diversi esecutivi – e parlamenti – si stanno preparando ad affrontare la probabile recrudescenza di autunno?

L’esempio più eclatante è la scuola. Se chiedete a un esperto del ramo, vi saprà – forse – dire come si stanno orientando la Francia, la Germania, la Spagna, i paesi nordici e quelli esteuropei. Ma l’opinione pubblica è all’oscuro. E, temo, anche la maggior parte dei componenti delle cabine di regia che, in seno al Ministero, stanno allestendo e emanando la normativa che guiderà presidi, insegnanti, genitori e alunni. Possibile che non conti nulla sapere se le misure che prendiamo si discostano poco o molto da quelle che altri stanno adottando? Lo sappiamo, ogni paese ha la scuola che si merita, in Finlandia non ci saranno le classi pollaio e le condizioni meteo sono completamente diverse. Ma Francia e Spagna sono abbastanza simili a noi. E sapere che ci si muove di concerto aiuterebbe molto a sopportare – e a supportare – i disagi cui inevitabilmente andremo incontro. E servirebbe – forse, ancora più importante – a sviluppare un’opinione comune che è il sale di qualunque progresso che l’Europa possa fare in futuro.

Analogo ragionamento si potrebbe fare per altri, non meno importanti, ambiti di policy. È possibile che il distanziamento sui treni possa essere diverso sulla Napoli-Milano rispetto alla Lione-Parigi? E come regolamentare gli accessi agli aeroporti e agli aerei, il cuore della circolazione internazionale, può dipendere da un sottosegretario o da un ente di vigilanza nazionale? Per non parlare della gestione dei confini. I cittadini off-limits per l’Italia possono entrare liberamente in Francia? A quel punto – come già abbiamo drammaticamente sperimentato in primavera – chi controlla gli spostamenti una volta varcata la frontiera UE?

La sensazione – imbarazzante e preoccupante – è che il coordinamento ci sia stato – e come! – fintanto che si è trattato di cacciare – e procurarsi – quattrini. E che ci sarà – per fortuna – quando si dovrà rendicontare l’uso più o meno appropriato di quei fondi. Ma in moltissimi casi, le diverse opzioni sul tavolo dei decisori istituzionali non dipendono – almeno non immediatamente – dalla disponibilità di cassa. Riflettono valutazioni di impatto – economico, sociale, culturale – che si gioverebbero moltissimo di un confronto internazionale tra esperti. Per provare a coordinare i percorsi. E, ove non ci si riuscisse, per poter meglio analizzare – ex post – quali scelte ex antea sono risultate vincenti.

Lo so cosa state pensando. Con tutti i casini che c’hanno con i loro problemi interni, è già un miracolo se ministri e premier riescono a prendere una decisione, e a farla portare avanti dalle loro amministrazioni. Figuratevi se dovessero pure preoccuparsi di ciò che pensano – e provano a fare – i cugini francesi o spagnoli. Già. Ma la crisi sanitaria dovrebbe averci insegnato che poi il conto, gli elettori, lo presentano anche guardando a ciò che è stato fatto nelle altre regioni, e paesi. Per fortuna, l’informazione non conosce barriere di ingresso.


  Ultimo aggiornamento: 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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