Costa Concordia 10 anni dopo, Curcio: «Ricordo il primo Sos, quella tragedia mi ha segnato»

Giovedì 13 Gennaio 2022 di Antonino Pane
Costa Concordia 10 anni dopo, Curcio: «Ricordo il primo Sos, quella tragedia mi ha segnato»

«Dagli errori al riscatto. Con il naufragio della Costa Concordia il nostro Paese ha dimostrato di saper reagire al meglio ad un disastro che avrebbe messo in ginocchio chiunque». Fabrizio Curcio, capo del dipartimento della Protezione Civile, ripercorre il film di una tragedia che «ha insegnato tanto sia dal punto di vista umano che tecnico». 

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Cominciamo dall’allarme. Lei era direttore dell’ufficio gestione delle emergenze. 
«Sì. Il primo messaggio parlava di una nave che aveva perso il controllo. Facemmo scattare la mobilitazione, ma solo più tardi ci rendemmo conto che si trattava di un naufragio vero e proprio. Minuti drammatici, le informazioni erano ancora contraddittorie ma ci preparammo al peggio come sempre bisogna fare in questi casi». 

Non eravate soli.
«Assolutamente no. La collaborazione fu subito intensissima con il corpo delle Capitanerie di Porto, con i Vigili del Fuoco e con gli altri soccorritori. Ma la sorpresa più grande e, umanamente indimenticabile, fu la reazione degli abitanti del Giglio. Aprirono le loro case ai naufraghi, li confortarono, li aiutarono i ritrovare i loro cari. Ricordo scene indimenticabili, bambini che riabbracciavano i genitori grazie al tam tam tra gli abitati del Giglio che si scambiavano informazioni proprio per ricomporre le famiglie». 

Una grande mobilitazione spontanea. 
«Esattamente. La gente voleva aiutare in tutti i modi. Una gara di solidarietà straordinaria. Tutto lo spirito della grande accoglienza che il nostro Paese sa mettere in campo nei momenti difficili. Gli errori commessi a bordo non furono commessi a terra. Ognuno fece esattamente il proprio dovere».

Avevate capito subito che c’erano dei morti?
«Purtroppo sì. Le notizie si accavallavano e, quando la nave cominciò ad imbarcare acqua e poi ad inclinarsi. Cominciò il penoso conteggio dei morti».

Il dolore dei familiari.
«Nel nostro lavoro bisogna essere freddi e determinati. Ma i volti delle persone che non trovavano i loro familiari non li ho dimenticati e non li dimenticherò mai. Nei loro occhi la disperazione per essere passati da momenti di festa sulla nave al dramma. Molti di quei volti li ho rivisti quando abbiamo riconsegnato le salme. Cittadini di vari Paesi accomunati dalla stessa disperazione».

Poi il recupero del relitto.
«Prima la messa in sicurezza. Gli studi tecnici, la necessità di salvaguardare l’ambiente. La Concordia poteva provocare un disastro anche dal punto di vista ambientale. C’era tantissimo gasolio dei serbatoi, una eventuale falla poteva essere disastrosa per quel delicato ecosistema. Un lavoro portato avanti giorno dopo giorno, direi ora dopo ora. Bisogna tener conto anche delle condizioni meteo. Gennaio è un mese di perturbazioni, bisognava calibrare ogni intervento. Insomma tutta questa fase è stata anche formativa per tutti noi».

In che senso? 
«Il confronto con i tecnici internazionali impegnati nel progettare la stabilizzazione del relitto e, subito dopo, la sicurezza ambientale. I confronti erano serratissimi, un grande lavoro di squadra in cui ognuno ha avuto di mettere in campo le sue conoscenze».

E poi la rimozione del relitto.
«Lo avevamo promesso agli abitanti del Giglio, la Concordia sarebbe stata rimossa. La fase più delicata è stata sicuramente la rimessa in asse. Un’operazione complessa dove tutto, ma proprio tutto doveva funzionare a puntino. È stato un vero e proprio laboratorio formativo anche per i nostri tecnici. Un’esperienza eccezionale. Avevamo i migliori tecnici e aziende superspecializzate. Un banco di prova straordinario in cui ognuno ha messo in campo il meglio delle sue conoscenze. Vedere il relitto che lentamente tornava in asse è stata una soddisfazione grandissima». 

Un lavoro straordinario che ha avuto una grande eco nel mondo.
«Proprio così. Il nostro Paese ha dimostrato in tutte le varie fasi di questa tragedia una grande professionalità. Lo ribadisco, Abbiamo riscattato come immagine i gravi errori commessi a bordo» 

È stata la prima vera emergenza che la Protezione civile italiana ha affrontato in mare?
«Di queste dimensioni certamente si. Più di quattromila persone intrappolate su una nave. Un relitto che si era adagiato su un fianco in posizione assolutamente instabile che da un momento all’altro poteva scivolare sul fondo. Un banco di prova duro, veramente difficile. Prima il soccorso, poi la ricerca. E subito dopo la messa in sicurezza, il recupero del relitto». 

La Protezione Civile italiana ha dimostrato di essere all’altezza anche in quella occasione. La riforma normativa del 2018 ha tenuto conto anche di quella esperienza? 
«Certamente si. Ed è stato un passo in avanti fondamentale. Come altri passi si possono ipotizzare oggi».

Si può ancora migliorare? 
«Certamente si. L’esperienza che stiamo facendo con la pandemia può segnare un’altra importante svolta”.

Cioè?
«La Protezione Civile per definizione deve rispondere alle esigenze dei cittadini. Ora stiamo verificando sul campo che il rischio sanitario è la nuova emergenza. Su questo fronte possiamo certamente avere un impegno specifico. È chiaro che ci vuole una specifica impostazione normativa e, quindi, la volontà politica per portarla avanti». 

Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 14:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA