Covid, la nuova ondata e le colpe di chi doveva evitarla

Venerdì 27 Novembre 2020 di Luca Ricolfi

Ci siamo abituati un po’ tutti, nei mesi dell’epidemia, a usare la parola “ondata”. L’ondata del Covid, la prima ondata, la seconda ondata. L’ho fatto anch’io, e lo farò ancora: non so trovare una parola diversa e più adatta. Però dovremmo smetterla, o almeno renderci conto che è parola molto fuorviante. Quando diciamo che è arrivata un’ondata, e che ha sommerso tutto il mondo, ogni Paese e continente, descriviamo l’epidemia come evento ineluttabile.

Un evento che arriva da fuori, e cui nessuno si può sottrarre.

Questo, in un certo (assurdo) senso, ci rassicura. Rassicura i cittadini, perché in fondo “mal comune mezzo gaudio”. Ed è addirittura una manna per i politici perché permette loro di pensare, e soprattutto di dire: “Vedete? È successo dappertutto, dunque se è successo anche da noi non è colpa nostra”.

Il medesimo fatalismo investe da tempo i discorsi sulla “seconda ondata”. Anche la seconda ondata l’abbiamo percepita come una minaccia incombente, che tutto sommato ci aspettavamo, e che ora puntualmente è arrivata, in tutto il mondo. E quindi anche da noi. I sondaggi confermano che, anche durante i momenti più sereni dell’estate, quando cercavano di convincerci che tutto andava per il meglio, che eravamo un modello per gli altri, e che comunque eravamo preparati, anche allora la maggioranza dei cittadini una seconda ondata se l’aspettava, quasi fosse un evento ineluttabile.

Eppure non è vero. Ci sono porzioni del mondo – anche del mondo a noi più simile, quello delle società avanzate, dotate di istituzioni democratiche – in cui la seconda ondata non è affatto arrivata (e talora nemmeno la prima). Quel che è arrivato non è un’ondata che tutto e tutti travolge, ma un modesto numero di incremento dei decessi (unico indicatore affidabile nei confronti internazionali), più o meno rapidamente riportato sotto controllo. 

Insomma ci sono Paesi che ce l’hanno fatta, o ce la stanno facendo, a tenere sotto controllo l’epidemia. Quali sono? E quanti sono?

Se consideriamo i 27 Paesi a noi più comparabili (società avanzate, democratiche, con istituzioni di tipo occidentale), sono ben 10 – più di 1 su 3, dunque – quelli che non hanno subito una seconda ondata. Quattro sono nel sud-est asiatico: Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong. Due sono nell’emisfero boreale: Australia e Nuova Zelanda. Ma quattro sono in Europa: Norvegia, Finlandia, Danimarca, Irlanda.

Nei primi i numeri dell’epidemia sono infimi, negli ultimi (quelli europei) sono molto modesti (meno di un decimo di quelli della nostra prima ondata). 

Dunque non è obbligatorio subire la seconda ondata. Anzi, si potrebbe dire che – quando arriva – l’ondata è il frutto di decisioni, scelte, comportamenti che un dato Paese adotta e che producono, come conseguenza, un’impennata dei contagi. L’onda non vien da fuori, ma è prodotta da dentro.

Ma come si fa a non produrla?

Il fatto interessante è che, storicamente (ormai esiste una storia del Covid), non è esistito un modo solo, unico, di evitare la seconda ondata. I Paesi che ce l’hanno fatta non hanno messo in atto tutti le medesime contromisure, salvo forse una: forti limitazioni agli ingressi, che purtroppo in Italia sono state quasi sempre snobbate, ora per ragioni economiche (se no danneggiamo l’industria turistica), ora per ragioni organizzative (come facciamo a fare migliaia di tamponi al giorno negli aeroporti?), ora per ragioni ideologiche (sbarchi e accoglienza, volontà di non “discriminare”).

Per il resto ognuno dei 10 Paesi che ce l’hanno fatta hanno trovato ciascuno la sua strada, che è sempre consistita nell’adozione di un mix di misure, non in una misura soltanto. Non solo lockdown più o meno prolungati e severi, ma tamponi di massa, app per il tracciamento, Covid-hotel e quarantena assistita, rispetto rigoroso del distanziamento negli ambienti chiusi, uso generalizzato delle mascherine e degli occhiali, disinfezione delle superfici, sanificazione e aerazione degli ambienti.

Tomas Pueyo, a mio avviso di gran lunga l’analista della pandemia più lucido, ha battezzato questo approccio “strategia del formaggio svizzero” (swiss cheese strategy), il celebre formaggio a buchi, simile alla nostra groviera tanto amata da Topo Gigio. L’idea è che, per impedire la formazione dell’onda, non basti un unico strato di formaggio (leggi: una particolare misura di contrasto), perché ogni strato ha dei buchi in cui l’epidemia può trovare un varco, ma occorra giustapporne più d’uno, in modo che dove uno strato non funziona, possa intervenire uno degli strati successivi, ciascuno con i suoi buchi sparpagliati in modo irregolare e casuale. Detto in altre parole: giudicata in sé ogni misura è insufficiente e lacunosa, ma è il pacchetto complessivo, una sorta di filtro multi-strato, che deve essere efficace.

Che il nostro “italian cheese” non abbia funzionato è fuori di dubbio, e la seconda ondata – con la sua lunga scia di morti – è lì a dimostrarlo. C’è solo da sperare che fra tutti, Governo, Regioni, cittadini, si diventi capaci di mettere insieme gli strati del nostro formaggio anti-Covid. Altrimenti, dopo aver prodotto la seconda ondata, ci appresteremo a procurarci la terza.

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Ultimo aggiornamento: 28 Novembre, 07:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA