Mezzogiorno, l'illusione da pandemia

Sabato 9 Ottobre 2021 di Gaetano Fausto Esposito e Pietro Spirito

«Spesso, nelle decisioni che prendiamo, il tasso di rumore è scandalosamente alto». Da ciò prende le mosse l’analisi condotta da Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’economia, con Olivier Sibony e Cass R. Sunstein, nel libro “Rumore. Un difetto del ragionamento umano”, Utet. Leggere i fenomeni economici che si determinano per effetto della pandemia è, per tal motivo, operazione molto difficile.

Operazione difficile dal momento che troppe informazioni si susseguono e si affastellano, generando un effetto rumore che rischia di condurre su una cattiva strada interpretativa. 
Dalla seconda metà degli anni ’80 il Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne realizza stime territoriali degli aggregati economici, a partire da valutazioni anticipate del valore aggiunto provinciale, i cui risultati relativi al 2020 sono commentati in questo articolo. 

Leggendo i dati per provincia (tutti caratterizzati da segno negativo) troviamo tra le prime dieci aree caratterizzate da minore decrescita otto province del Mezzogiorno, una del Centro e una del Nord-Ovest. In particolare, i valori più contenuti riguardano nell’ordine la provincia di Viterbo (-1,7%), Enna (-1,7), Caltanissetta (-2,0%), Asti (-3,3%), Isernia (-3,3%), Benevento (-3,3%), Trapani (-3,4%), Salerno (-3,5%), Ragusa (-3,5%) e Bari (-3,5%).

Dall’altro lato, tra le 10 province a maggiore decrescita troviamo quattro province del Mezzogiorno, due del Centro, due del Nord-Est e due del Nord-Ovest. Nello specifico i valori più bassi, pari o al di sotto del -12% riguardano Pavia (-12,0%), Crotone (-12,1%), Belluno (-12,5%), Macerata (-12.5%) e, a chiudere la classifica, Brindisi (-13,1%).

Sembrerebbe dunque che il Mezzogiorno abbia superato brillantemente la prova della pandemia, rispetto all’Italia nel suo insieme. Una lettura di questo genere seguirebbe la logica del rumore occasionale, vale a dire, secondo l’analisi di Kahneman, una interpretazione “influenzata da fattori legati ad una particolare circostanza”. Il differenziale di reddito delle province tra il 2019 ed il 2020 è connesso piuttosto alla debolezza strutturale del Mezzogiorno, che viene meno danneggiato dalla crisi pandemica in quanto meno capace di produrre reddito e ricchezza. 

In una fase di rallentamento dell’economia sono proprio i territori più svantaggiati ad avere meno da perdere. Viceversa, quando invece si determina la ripartenza, i fattori strutturali torneranno invece a contare, e la forbice rischierà di essere ulteriormente valorizzata. 
Continuiamo a leggere i dati della ricerca dell’Istituto Tagliacarne sui redditi provinciali. Ci rendiamo così conto che, dalla lettura statica dei dati del 2020, lasciando per un attimo da parte la comparazione con l’anno precedente, resta evidente in ogni caso la crisi strutturale del Mezzogiorno. Nel 2020 le 20 province italiane più “ricche” hanno assorbito il 55,5% del valore aggiunto prodotto dal Paese. Nessuna di queste province appartiene alle regioni meridionali. Si tratta di una percentuale record da quando sono disponibili le serie storiche provinciali (ovvero dal 2002), con un incremento di 2 punti percentuali rispetto a quanto si osservava ad inizio secolo.

La conseguente classifica delle province italiane stilata in base al reddito procapite, prendendo come denominatore la popolazione media del 2020, vede una conferma di Milano in prima posizione (quasi 47 mila e 500 euro per abitante, indice Italia =100 pari a 189,5), seguita nell’ordine nella top ten da Bolzano (156,8), Bologna (140,7), Aosta (134,1), Modena (131,5), Parma (131,0), Roma (131,0), Firenze (129,1), Trento (128,6) e Reggio Emilia (122,2). La città metropolitana lombarda amplia nel 2020 il suo margine di vantaggio sulla seconda provincia in classifica portandolo ad un differenziale che sfiora il 21%, mai così alto dal 2012 a oggi. 

Tutto il Mezzogiorno si conferma nella parte bassa della classifica, compresa la Campania. Napoli è all’ottantatreesimo posto (66,6), precedendo di una posizione Salerno (66,2); Avellino si colloca al novantesimo posto (64), Benevento al novantatreesimo posto (62,4) e Caserta al centoduesimo posto (55,2).

Dunque, non c’è nulla da rallegrarsi per il fatto che il Mezzogiorno abbia rallentato la decrescita nell’anno pandemico rispetto al resto dell’Italia. Sarà il 2021 a dirci quanto si allargherà il solco tra le componenti territoriali del nostro Paese. Proprio per il probabile ulteriore effetto di spiazzamento che si sta già determinando, diventano ancora più rilevanti le politiche che saranno condotte per il riequilibrio territoriale, a cominciare dagli investimenti del PNRR.

Nel rumore che spesso affolla il panorama informativo dal quale traiamo gli elementi per assumere decisioni, dobbiamo mantenere la barra dritta sui fondamentali che caratterizzano l’andamento dell’economia nei territori. Gli scostamenti congiunturali, spesso peraltro determinati proprio dai fattori strutturali, non devono trarci in inganno.
 

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