Il dovere di spiegare certe scelte in Parlamento

Sabato 11 Luglio 2020 di Massimo Adinolfi
Stato di emergenza fino al 31 dicembre 2020. Ovvero: il Covid19 è ancora qui, il vaccino non ce l’abbiamo ed è possibile che nuove misure restrittive debbano essere prese in autunno. Nessuno se lo augura, ma nessuno vuol essere preso alla sprovvista.
C’è qualcosa su cui però il premier Conte deve fornire rassicurazioni fin da subito.

Ciò riguarda le forme e i modi con i quali questa decisione, già annunciata, verrà presa. Perché fin da subito un pezzo della sua maggioranza gli ha chiesto di dibatterne in Parlamento. A differenza di quel che è accaduto questo inverno, quando il governo si è trovato all’improvviso dinanzi all’esplodere della pandemia, questa volta c’è tutto il tempo per sentire tutti i comitati tecnico-scientifici del mondo, e soprattutto per recarsi presso l’organo costituzionale sulla cui fiducia poggia l’azione dell’esecutivo. Un voto del Parlamento, ci vuole, insomma, ed è qualcosa di più di un passaggio formale. 

Il Conte 2, lo si ricorderà, è nato sulla spiaggia del Papeete, quando Salvini, stufo dei no pentastellati, ha chiesto per sé pieni poteri. Ora siamo al paradosso che è lui, insieme a Giorgia Meloni, a protestare a nome dell’opposizione per lo stesso motivo. Ora è lui a temere addirittura per la libertà, «che non si cancella per decreto», ed è la leader di Fratelli d’Italia a sospettare che il premier voglia prolungare lo stato d’emergenza fino a fine anno, per fare un po’ come gli pare. 

Gioco delle parti? Sicuramente (quali parti, poi, bisogna ben capire, visto che invece Forza Italia sembra decisamente più possibilista, differenziandosi anche su questo terreno dagli alleati del centrodestra). Ma in democrazia, come si dice, la forma è sostanza, e il Parlamento, già messo ai margini dalla salva di dcpm piovuta addosso al Paese nei mesi scorsi, non può finire in naftalina un’altra volta, senza avere neppure la possibilità di discutere i lineamenti di questa nuova dichiarazione di crisi: per quanto tempo, con quali caratteristiche, con quali ruoli? Tra i primi a segnalare la criticità di una decisione che impatta sulle libertà fondamentali delle persone, il senatore Ceccanti, del Pd, ha ricordato un paio di cose che è bene siano tenute a mente. Occorre che il governo si muova sulla base di un indirizzo votato dal Parlamento, innanzitutto; bisogna poi che le misure autorizzate abbiano i caratteri indicati dalla Corte Costituzionale: «necessità, proporzionalità, bilanciamento, giustiziabilità e temporaneità». Non sono bruscolini. Sono le modalità attraverso le quali si rende conto del proprio operato in democrazia, dinanzi agli altri poteri, ai Parlamenti e alle Corti. È inevitabile che in una fase di crisi i poteri dell’esecutivo si amplino. È pericoloso se i governanti se ne innamorino, e, trovandoli comodi, si facciano un po’ restii a rinunciarvi.

Ovviamente, nessuno è in grado di dire cosa ci aspetta in autunno: nemmeno i numerosi esperti continuamente convocati in favore di telecamera in queste settimane (con inevitabile discesa nell’agone politico di qualcuno di loro: vedi l’epidemiologo Lopalco in Puglia, al fianco di Emiliano). Ciò che Conte ha chiamato ieri ragionevolezza è una misura di prudenza che, dunque, ci può stare. Ma ad almeno due condizioni: la prima, che sia ben chiaro che la proroga, ancor prima di riempirsi (speriamo di no) di nuove misure e disposizioni, ha un impatto non solo sul piano sanitario, ma anche su quello economico e sociale. È infatti di per sé un incentivo a osservare condizioni di vita e di lavoro – negli uffici pubblici, nei dipartimenti, nei tribunali, nelle palestre, nelle discoteche, per fare solo qualche esempio – adeguati a un rischio potenziale percepito evidentemente come ancora alto: il che non è senza costi per il Paese. La seconda condizione, più importante, è che non si pensi che ci si possa abituare a una forma di governo priva degli impacci e delle lentezze della prassi parlamentare. 

Ora qualcuno dirà che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina: la proroga servirebbe solo a coprire il precario stato di salute del governo, tirandolo fuori da ulteriori beghe. Effettivamente, nove volte su dieci, i ritardi nell’assunzione di decisioni squisitamente politiche non dipendono da intoppi procedurali o da lungaggini burocratiche, ma dalla fragilità delle maggioranze e dalla debolezza del quadro politico (vedi, da ultimo, il caso Autostrade). Qui tuttavia è diverso, perché con la pandemia non si scherza e, vista la circolazione del virus nel mondo, non si può affatto star tranquilli. Giusto. Proprio per questo, però, occorre che il governo faccia star tranquilli tutti sulla volontà di procedere senza strappi, senza scorciatoie, senza la volontà di nascondere la polvere sotto il tappeto, e senza neppure pensare – neanche una volta, neanche per sbaglio – di specchiarsi compiaciuto nell’attenzione che le fasi di emergenza proiettano sempre, nel bene e nel male, sulla compagine governativa e sul suo capo. Ultimo aggiornamento: 08:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA