Il discorso di Conte tutta tattica ​e poca visione

Martedì 19 Gennaio 2021 di Massimo Adinolfi

I punti politici intorno a cui ha ruotato il discorso di Conte alla Camera sono chiari: non vi era ragione di aprire una crisi; ora va costruita una maggioranza il cui perimetro sia tracciato da una forte vocazione europeista; l’europeismo è il denominatore comune delle tradizioni popolari, democratiche, liberali e socialiste a cui il premer si rivolge.

Lo fa appellandosi anche alla coscienza dei singoli parlamentari, i «volenterosi» (leggi: nuovi gruppi parlamentari non sono ancora nati). Conte guarda dunque ai centristi e a Forza Italia, a cui offre una legge elettorale proporzionale per svincolarla dall’abbraccio con la destra di Salvini e Meloni. Nessuna citazione, infine, per Renzi, a cui il presidente del Consiglio chiude la porta.

Sin qui la parte più succosa dell’intervento del presidente del Consiglio, quella cioè che orienterà i comportamenti delle forze politiche se, com’è probabile, dopo il sì della Camera arriverà anche il sì del Senato. Si capirà infatti nelle prossime settimane se, su questa base, la legislatura arriverà alla sua scadenza naturale o si interromperà prima. Se l’esecutivo riuscirà a rafforzarsi, o se invece avrà vita breve. Se sarà necessario un rimpasto, o se sarà anche solo sufficiente. Se Conte farà il passo definitivo in politica, avviando la costruzione di un nuovo partito – come in sede di dichiarazione di voto gli è stato chiesto anche con una certa energia –, o se invece vi rinuncerà, per non alterare gli equilibri di maggioranza e mantenere il suo ruolo di trait d’union fra Pd e 5Stelle. 

Sin qui, insomma, la crisi politica, che rimane aperta a diversi, possibili sviluppi. Ma resta poi il tema più volte sollevato nei mesi scorsi: una prima volta a inizio estate, in occasione degli Stati Generali dell’economia, che non si sa bene a cosa siano serviti; una seconda volta al momento della presentazione della prima bozza del Recovery Plan (quella con la megastruttura di governance parallela, precipitosamente accantonata), e una terza volta nei giorni scorsi, quando si è cercato un ultimo terreno d’intesa, per evitare il ritiro della delegazione renziana dal governo. Il tema, dico, del cambio di passo, della svolta, di quella che nel discorso di ieri il premier ha indicato come l’esigenza di voltare pagina, ma che senza troppo successo anche il Pd aveva provato a chiedere in passato. 

Bene. Al netto del contesto politico sopra richiamato, bisogna onestamente dire che il discorso tenuto ieri in Parlamento dal Presidente del Consiglio non forniva alcuna indicazione concreta sulla direzione che il «percorso riformatore» dovrebbe prendere. Da un lato ci sono gli obiettivi: la transizione ecologica, la transizione digitale, la ricerca e l’innovazione, la riduzione delle diseguaglianze, la parità di genere, la crescita economica e sociale e così via; dall’altro ci sono le risorse, i prestiti e i contributi del Next Generation EU (ma anche i fondi strutturali europei, che il nostro Paese fa maledettamente fatica a spendere bene). In mezzo ci dovrebbero essere, nel senso che dovrebbero essere specificati, gli strumenti, i programmi operativi, le modalità di esecuzione, ma francamente si fa fatica a trovarli, tra le pagine del Recovery Plan. Il capitolo riforme è, in altre parole, un capitolo ancora in bianco. I target ben definiti, scanditi nel tempo, realistici e misurabili, sono ignoti. La crisi ha messo l’uno di fronte all’altro Conte e Renzi, spinto Pd e 5Stelle a decidere da che lato inclinare, ma non ha prodotto nient’altro, finora. 

In un vecchio libro di qualche decennio fa lo studioso tedesco Reinhart Koselleck concludeva la sua disamina ad ampio spettro del significato storico della parola «crisi» con una diagnosi rassegnata, che sembra tagliata sull’Italia di oggi: «la vecchia capacità del concetto di porre alternative insuperabili, nette e non mediabili, si è volatilizzata nell’incertezza di alternative arbitrarie». Incertezza di alternative arbitrarie: tanto quanto i movimenti parlamentari dell’ultimora. Lo sfondo delle ricerche di Koselleck era, in realtà, la storia europea degli ultimi due secoli, le traiettorie che gli Stati nazionali hanno seguito inoltrandosi nella modernità. Può darsi che prestare una qualche consapevolezza di una così ampia vicenda storica sia una inutile mossa retorica. Vi rinuncio, allora, anche se la sfida che abbiamo dinanzi la richiederebbe. Ma resta la diagnosi: c’è una crisi in atto – una crisi sanitaria gravissima, che investe un Paese in affanno da decenni sul piano economico-sociale, con un assetto politico fragile e un sistema istituzionale debole – e la più grande incertezza, per non dire incapacità, circa il modo di trovare l’energia necessarie per mettere a terra, come oggi si dice, un’idea di Paese. 

Nel rinfacciarsi le responsabilità o irresponsabilità degli uni o degli altri questo disegno non è emerso. Sono emerse le comprensibili preoccupazioni per il voto decisivo di stamane. Ma la sensazione che, superato il voto, si rimanga al punto di prima, purtroppo, rimane.

 

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