Decisioni ed effetti:
il governo alla prova della fiducia

Lunedì 19 Ottobre 2020 di Mauro Calise

Siamo esausti. Con poche privilegiate eccezioni – gli intellettuali cosiddetti fragili che smartworkano fin da giovani, come lo scrivente – gli italiani non ce la fanno più. I più provati sono i giovani, con il sistema ormonale stop-and-go a seconda del bollettino dei contagi, ancora in maggioranza inconsapevoli – o, che è lo stesso, menefreghisti - dei rischi che sono per loro ancora incerti e bassi, mentre i costi li pagano ogni ora mettendo il silenziatore alla vita. 

Provatissimi anche i loro genitori, terrorizzati che non vadano più a scuola mentre loro perdono il lavoro che pensavano aver recuperato. Starebbero un po’ meglio i pensionati, convinti che se stanno attentissimi forse il Covid non se lo prendono e che un pericolo ben maggiore sono le altre patologie per le quali gli ospedali si avviano alla serrata. Ma peggio di tutti, è bene dircelo, stanno i politici. Sottoposti, più di otto mesi, a pressioni e ritmi che è un eufemismo definire disumani.

I cittadini hanno una strana concezione di come funzioni la politica. La considerano una derivata di un magma di pressioni e intenzioni. Molto simile a un calcolatore, con relativi algoritmi, che raccoglie ordinatamente le opinioni di consulenti, sindacalisti, lobbisti e – perché no – all’occorrenza tassisti, e fa una sintesi più o meno illuminata. In tempi normali questo schema corrisponde abbastanza alla realtà. Ma in tempi di pandemia, salta tutto. Tutte le linee di collegamento si moltiplicano e si frammentano. La costruzione dell’agenda – il cuore di ogni processo decisionale – diventa una rincorsa frenetica contro il caos quotidiano che obbliga a smontare e rimontare ripetutamente ogni pezzo. Certo, in questo stato confusionale permanente aiuterebbe – e come! – disporre di un apparato amministrativo efficiente. E se c’è un rimprovero da fare alla nostra classe di governo è di non avere impiegato ogni risorsa – durante la pausa estiva – per cercare di mettere in piedi una tecnostruttura capace di interfacciarsi tempestivamente con il salto di qualità – e quantità – che la politica è chiamata a fare in questi giorni.

Però, anche qui, senza troppe illusioni. La Francia, che di tecnostrutture è da circa un secolo il prototipo, sembra messa peggio di noi. E perfino la Germania, che porta l’efficienza nel suo Dna, comincia a perdere visibilmente colpi. No. Con tutte le responsabilità che adesso cominciamo con acrimonia a rinfacciarci, la realtà è che questo virus si sta rivelando una sfida ancora più titanica di quanto avessimo tristemente previsto. Basta vedere la ridda dei pareri che ancora infestano ogni discussione tra virologi ed epidemiologi, e l’incertezza che regna sovrana sulla madre di tutte le battaglie: se sia meglio morire di covid o di fame. Una domanda cui la democrazia ancora non sa cosa rispondere. Lasciamo pure perdere la Svezia, che il distanziamento sociale lo pratica – per ragioni culturali e geografiche – da prima ancora di essere fondata. Non c’è una delle grandi nazioni occidentali che non sia in grave difficoltà. E per quanto sia necessario e legittimo continuare a marcare stretto i governanti, la cosa più saggia da fare – e consigliare – è non aspettarsi miracoli.

Su un punto, però, è indispensabile pretendere che non si spezzi il filo, anzi si rafforzi. Questo punto è il rapporto fiduciario. Siamo riusciti a superare la prova terribile di questa primavera perché il paese si è fidato. Si è fidato di chi lo guidava. E non era né scontato né semplice che Conte riuscisse nell’impresa. Anzi, in molti erano convinti che non ce l’avrebbe fatta. Oggi siamo a un passaggio analogo, forse addirittura più arduo. Non è importante se chiudiamo a chiazze o tutto il paese, una settimana prima o due dopo. Con onestà, sarebbe meglio dirci che nessuno ha, oggi, la certezza di quale sia la scelta migliore. E chi pretende di averla, in questa fase, non guadagna in credibilità. L’unica leadership che può sperare di conservare un legame col paese è quella che sprona alla fiducia. Non in questo o in quel provvedimento. Ma nel risultato finale. Ci sono state guerre che erano – non sembravano – già perse. Ma, pagando un prezzo tremendo, ci siamo guadagnati la vittoria. Anche questa la possiamo vincere. Solo, però, se ci convinciamo – ci convincono – che siamo tornati al fronte. 

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