Delitto Romanò, chiesto l'ergastolo per Marco Di Lauro

Martedì 22 Ottobre 2019 di Leandro Del Gaudio
Bisognava uccidere qualcuno, perché tutti sapessero che - anche dopo l’arresto di Cosimo Di Lauro - la faida andava avanti e la guerra era ancora aperta. Ed è in questa logica, che furono mandati due killer ad ammazzare il nipote di Rosario Pariante (boss scissionista), dando seguito a uno dei tanti errori di persona che hanno insanguinato le strade di Napoli. Fu in questo scenario che i killer fecero fuoco contro Attilio Romanò, impiegato in un negozio di telefonia, studente, marito e padre. Un uomo estraneo alla camorra, ucciso per una svista a soli trent’anni.

Era il 24 gennaio del 2005, quando due killer fecero fuoco all’interno di un negozio nella zona collinare. Quattordici anni dopo, c’è una richiesta di ergastolo per Marco Di Lauro, presunto mandante di quel delitto, al termine di un processo rimbalzato alcuni anni fa a Napoli dopo il no della Cassazione. 
Ricapitoliamo. Condannato all’ergastolo in primo grado e in appello, assolto dalla Suprema corte, ieri Marco Di Lauro era in videoconferenza, al centro dell’aula 315, ad ascoltare le accuse del pg Carmine Esposito: ergastolo - è la richiesta dello Stato - come mandante di un delitto consumato a distanza di tre giorni dall’arresto, in un appartamento del «terzo mondo» del fratello maggiore Cosimo Di Lauro. Chiaro il ragionamento della Procura generale: ordinare un delitto dopo l’arresto di Cosimo era importante per dimostrare che il clan Di Lauro non si arrendeva; ma significava anche dimostrare che gli omicidi fino ad allora commessi - almeno una ventina, da parte dei Di Lauro - non potevano essere attribuiti alla responsabilità del solo Cosimo Di Lauro.

Un caso risolto solo a metà, quello del delitto Romanò. In questi anni, è stato condannato in via definitiva all’ergastolo Mario Buono, alias topolino, mentre ha deciso di pentirsi Vincenzo Lombardi, l’altro esecutore materiale. Oggi tutta l’attenzione si concentra sul presunto mandante. Stanato in un appartamento in zona collinare, dopo 14 anni di latitanza, Marco Di Lauro ora attende il verdetto dei giudici napoletani, anche alla luce dei nuovi elementi di prova raccolti dai pm Maurizio De Marco e Vincenza Marra. Agli atti le dichiarazioni di due nuovi pentiti, vale a dire Puzella e Accurso, a proposito del presunto mandante. In sintesi, esisteva un gruppo di fuoco a disposizione dei Di Lauro, killer pronti all’azione che attendevano per ore l’ordine di uccidere all’interno di un appartamento usato come covo. 

Stando alla ricostruzione dei due collaboratori di giustizia, il clan Di Lauro si sarebbe servito di due portavoce - Giuseppe Pica e Nunzio Talotti - per azionare la missione di morte. Una ricostruzione respinta dagli avvocati di Marco Di Lauro, i penalisti Sergio Cola e Gennaro Pecoraro, a cui spetta il compito - a partire dall’udienza di domani mattina - di respingere le accuse e ribaltare le conclusioni del sostituto pg. Attende giustizia da quattordici anni la signora Rita Carfora, madre di Attilio Romanò, che ieri era presente in aula per l’ennesimo affondo contro boss o presunti killer. È assistita dal penalista Paolo De Angelis, che rappresenta anche Maria Romanò, sorella di Attilio e la vedova Natalina Aprile, in un processo diventato attuale grazie all’arresto di Marco Di Lauro. Due marzo scorso, un sabato pomeriggio, le manette ai polsi dell’ormai ex primula rossa della camorra napoletana. Per quattordici anni ha vissuto sotto traccia, limitandosi a pochissime uscite allo scoperto al cospetto di affiliati, di ex alleati e di nemici di camorra.

Stando alla ricostruzione della Dda di Napoli, l’ultima volta che Marco Di Lauro fu costretto a metterci la faccia fu nel 2011, pochi giorni dopo l’omicidio di Antonello Faiello, quando quelli della Vannella grassi (i girati) presero in ostaggio il giovane Raffaele Di Lauro, che aveva osato violare la tregua entrando in Secondigliano vecchia. Fu Antonio Mennetta a mettere la mano sulla spalla di Di Lauro Jr, salvandogli la vita, mentre venne portato a termine l’omicidio Faiello. Pochi giorni dopo, Marco Di Lauro fu costretto a lasciare il covo, per incontrare gli ex alleati, quelli dei girati, firmando una sorta di tregua: «Se esce di nuovo dalla sua zona - dissero i vertici della Vannella - lo facciamo fuori». Scenario di guerra tutt’altro che remoto, a giudicare dagli interessi che si stanno giocando a ridosso dell’asse mediano. In questi mesi sono stati scarcerati pusher e narcos, che hanno scontato pene tra i sei e i nove anni di reclusione e puntano a riorganizzare traffici ed equilibri. È cambiato il sistema delle piazze di spaccio, si lavora sugli scooter in un frenetico via vai di pusher, i soldi sporchi continuano a girare. Quanto basta a spingere l’avvocato Diani, per conto del Comune di Napoli, a costituirsi parte civile nel processo Romanò, a ricordare il danno subito dall’intera comunità partenopea dal delitto di una persona onesta, estranea alla camorra. Domani, l’attesa per la sentenza. 

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